I 17 sentori del mondo dimorato

865.2

Antefatto
Un dio qualsiasi, libero da impegni, quel giorno creò il mondo. Egli volle che esistesse un cielo ove aviatori e frombolieri avrebbero potuto disegnare traiettorie proprie (i primi), del sasso prescelto (i secondi), e il cielo si manifestò. Volle che al cielo fosse concesso un limite inferiore, solido e coriaceo, una superficie sulla quale sapersi sostenere in piedi, argomentare di effemeridi seduti, proiettare le proprie ombre ritagliate nel bagliore del meriggio. Si palesò così la terra ed apparì opportuno. Egli, amando la simmetria, ritenne che la luce e il colore del cielo meritassero di riflettersi e vide che sulla terra ciò non avveniva. Allora interruppe la terra di oceano vasto e mari vocati alla villeggiatura di rado elitaria. Volle la vita ad animare quel palcoscenico inerme. L’albero e il fiore: bellezza nitida ma priva di velocità. Il nibbio e l’antilope: velocità non priva di bellezza ma ineludibilmente prevedibile. Nei primi esperimenti ogni opportunità di intrattenimento sobrio e colto parve compromessa. Così fu l’uomo, inteso come primate sedicente evoluto, a reclamare nella volontà di quel dio qualsiasi una presenza risolutiva nel mondo. Un paio di persone differenti nella sembianza e distinti nei generi cadderò dalla volontà divina sul miscuglio di sabbia, argilla, basalti, ossidiane e alluminii che corazzava la superficie del mondo. Quando metti un paio di persone anatomicamente complementari in mezzo a un mondo mediamente accogliente, queste iniziano sollecitamente a copulare. Ecco che copulando si riproducono e riproducendosi si passa in pochi secondi da numero due persone all’enfasi del sovraffollamento. Tanti esseri umani in uno spazio assai piccolo non sono un bel cabaret da vedere: uccidono, rubano, fottono senza chiedere permesso, si drogano, dicono parolacce, le scrivono pure. Il dio di quella religione qualsiasi non fu soddisfatto dell’esito della creazione e, un po’ per la vergogna di avere creato quello schifo, un po’ per non vederlo più, decise di scomparire seppellendosi vivo. Preliminarmente dovette premurarsi di rendersi vivente poiché, sino a quel punto, era stato plesso di energia scabra ed eterna. A questo scopo si diede un corpo, grosso, glabro, tatuato di iconografia sacra multiculturale e interconfessionale. Datosi il corpo vivente trovò un canyon adatto alla mole di quello, poi vi si sdraiò dentro, incastrandovisi, quindi con le mani afferrò una montagna e la fece franare dentro il canyon, seppellendosi tutto. Non proprio. Lasciò fuori il naso per continuare a respirare. Non essendo più immortale come un qualsiasi dio di una qualsiasi religione, sarebbe morto se non avesse respirato, inoltre la terra nel naso avrebbe saputo procurare fastidio e prurito sgradevoli. Fu per questo motivo che lasciò fuori il naso. Un naso enorme perché il corpo del dio vivente era enorme. Un naso enorme come un padiglione. Un naso enorme come un hangar. Un naso enorme come un auditorium. Un naso enorme come una cattedrale. Altrettanto solenne.

Visse a lungo così sepolto. Un dio vivente non vive per sempre ma vive comunque a lungo e non necessita né di cibo impiattato né di sapide bibite effervescenti da dissetarsi. Col naso che affiorava – unico suo membro affiorante – dalla superficie del mondo, rimase immobile a respirare. Non solo. In quella dimessa e defilata configurazione accolse col naso i sentori del mondo dimorato dall’umanità. Furono 17. Eccoli.

1. Aroma di concitazione di umanità aziendale e suo vano affanno
Alcuni vanno da destra verso sinistra perseguendo obiettivi. Prevalentemente funzionari e impiegati. Altri vanno da sinistra verso destra realizzando progetti. Esclusivamente quadri. Intersecano entrambe le schiere innumerevoli epifanie di assistenti, collaboratori e consulenti differenziati per ruolo e mansione e incarico provvisorio. La corolla dell’infiorescenza aziendale è madida di fornitori, tecnici specializzati, clienti numerosi o pochi a seconda del ciclo e dell’anticiclo. È questo brulicare a farcire le ghiandole di ciascuno. Ma la ghiandola farcita non tace a lungo. La ghiandola farcita deve dire il suo contenuto al mondo ben presto. Così sotto le grisaglie e i tailleur gonna o pantalone si celebra accanito un tracimare di umori impiegatizi, dirigenziali e intermedi, per tacere delle solerti posizioni operative. Presto un dilagare di quelli sotto le ascelle, gli inguini, gli ombelichi e ogni sorta di anfratto corporeo, che sia d’ordine o di concetto. Ma quando c’è una novità nutriente nel mondo presto l’ufficio marketing ci arriva e se ne occupa: si individua il target, si stabilisce il budget, si lancia il brand. Allora del sudore che fluisce copioso nessuno può dirsi ignaro e le colonie di milioni e milioni di Staphylococcus hominis principiano a nutrirsene. Le gustose molecole di sudore secreto, confezionate in formato famiglia o blister monodose per batteri single, vengono masticate e digerite sino alla metamorfosi in tioli, composti organici dal caratteristico odore sgradevole. Essi contengono un bel po’ di atomi di zolfo e, concentrandosi a dovere, emanano l’odore dell’elemento chimico cui più spesso assegniamo il ruolo di metafora infernale o, per richiamare odori più “familiari”, quello della cipolla o della carne, come non è arduo verificare. Nelle cavità delle ascelle di un quadro dimorano sette miliardi di batteri, il numero degli abitanti del mondo. Sette miliardi batteri i cui ruoli e le cui funzioni, al pari di quelli umani, sono rigidamente vincolati dall’organizzazione aziendale. Allora il dio può annusare la gerarchia in entrambe le sue forme: umana e batterica.

2. Fragranza di figlio coperto di artistiche ed innocenti escrezioni
C’è un’opera d’arte contemporanea occultata in ogni condominio. In ogni condominio rivelata. La si può individuare presso uno degli appartamenti più insospettabili. Forse nel trilocale arredato locato cedolaresecca quarantacinque metriquadri commerciali terzopiano sezascensore. Qui il bambino sfida Satie, Majakovskij, Man Ray e Artaud. Egli sfida l’arte figurativa, ogni manierismo, la tradizione, l’innovazione. Qui il bambino fa e diventa Avanguardia. È dirigendoci verso l’interno della sua stanzetta che stringiamo il campo. Proseguiamo sino ad arrivare nella sua culla, ove riposa e pasce. Ancora un passo avanti, e dentro, e ci siamo. Entriamo nella matassa di fluff assorbente che cinge le anche del neonato, ne avvolge il bacino, e immergiamoci nel dispositivo di contenzione denominato “pannolino”. Qui è l’arte. Eccola. La si contempli. La si fruisca. La si ammiri. Non c’è affresco rinascimentale in grado di rivaleggiare in ricchezza iconografica e complessità allegorica con la configurazione che pipì e cacca – miscelate come nella bottega del Cavalier d’Arpino miscelò pigmenti il giovane Caravaggio – hanno disegnato entro quell’involucro. Non c’è opera dell’ingegno umano capace di oscurare la forza evocativa e la sottigliezza concettuale di quella costellazione di escrezioni. Non c’è cappella sistina né degli Scrovegni o cenacolo vinciano che tenga. Nulla è più classico, neoclassico, barocco, concettuale, postmoderno, ready made, multimediale di ciò che ci troviamo innanzi dopo avere staccato le alette adesive e avere spalancato il pannolino. Abbacinati di magnificienza. Già la fragranza che sublima da quel fagotto caldo sarebbe sufficiente a sottrarre pubblico a Louvre e Uffizi. Lasciamola viaggiare sino al naso del dio sepolto. Questi saprà apprezzare.

3. Aulenza custodita da penitenziari, università e altre istituzioni totali
Se gli esseri umani tendono ad annientarsi reciprocamente – non prima di essersi torturati per alcuni giorni – quando li fai giocare su di un prato all’inglese, figuriamoci cosa viene fuori quando li infili dentro un edificio ermeticamente chiuso e con il nome di una qualsiasi istituzione scritta in caratteri graziati sul cartello di bronzo avvitato al muro proprio sopra il citofono. Due le fazioni in campo. Mutevoli i vessilli innalzati. Da una parte avremo dunque Polizia penitenziaria, baronie accademiche, psichiatria, corpo insegnante, torturatori di Guantanamo e Abu Ghraib, medici dei campi di sterminio, casta sacerdotale (protagonista di un capitolo tutto suo, il nono), agenzia delle entrate, magistratura, consiglio d’amministrazione, editoria, dei dell’Olimpo e qualsiasi altro pantheon indoeuropeo, Rotary, Lions e Massoneria. Dalla parte opporta vremo, rispettivamente, detenuti, studenti universitari, pazienti psichiatrici, studenti di ogni ordine e grado, sospetti terroristi e sospetti qualsiasi altra cosa perché di fede islamica, ebrei, devoti a una qualsiasi divinità purché si sia sepolta, contribuenti, cittadini inquisiti per un crimine e non abbastanza abbienti da assumere gli avvocati Ghedini, Taormina o Bongiorno, azionisti e obbligazionisti e personale della ditta, scrittori di talento senza attitudine a conformarsi a uno stardard in grado di garantire il successo commerciale, esseri umani e ninfe ed eroi, cittadini qualsiasi senza voce in capitolo, cittadini qualsiasi senza santi in paradiso, cittadini qualsiasi in viaggio su treno Italicus o su volo Itavia o in sosta presso la stazione di Bologna il 2 agosto 1980 alle 10:25. L’aulenza di tutto ciò, ritengo non debba essere spiegata o descritta.

4. Miasma di padre irato purché senza ragione alcuna
Quel giorno il padre rincasò irato come ogni giorno accadeva. L’ambiente della fabbrica di barre di plutonio destinate ad alimentare centrali nucleari ne aveva incrementato l’ira. Durante il viaggio in auto dalla fabbrica all’abitazione insultò alcuni automobilisti per testare la propria vis polemica. Entrò in casa sbattendo la porta. Lanciò le chiavi verso il tavolo. Mancandolo. Lanciò la borsa da lavoro verso la cassapanca. Fallendola. Salutò la moglie tradita innumerevoli volte. Salutò la madre tradita anch’essa dal marito innumerevoli volte. Vide i figli che giocavano sul tappeto del salotto. Rimase inerti a contemplare le possibilità infinite dell’ira. Il suo miasma si percepiva ovunque. Uno dei due, il maggiore, stava construendo un bombardiere militare in scatola di montaggio e dipingeva con pazienza e precisione una piccola elica di plastica grigia di azzurro. La vernice per modellismo era contenuta in piccoli barattoli cilindrici. Una goccia di vernice azzurra oltrepassò nella propria traiettoria la carta di giornale stesa a proteggere lo spesso tappeto privo di valore e pregio. Sporcando quest’ultimo. Allora l’uomo, il padre, non disse nulla. Andò camminando lentamente verso la camera da letto dei figli e ne tornò dopo alcuni minuti con diversi oggetti sostenuti dalle proprie braccia. Erano tutti gli aeromodelli militari che il figlio maggiore aveva costruito con pazienza e precisione (incollato, dipinto, decorato, disposto su mensole di impiallaciato simil-mogano) nell’arco dei precedenti quattro anni. C’era un Fokker F100, un Mirage III, un Faichild C-119, un idrovolante Consolidated PBY Catalina e un’altra dozzina di modelli di diverse epoche e nazioni. Invitò i due attoniti bambini a seguirlo presso la finestra che guardava verso il cortile interno. Ingiunse loro di aprirla. Eseguirono. Lascio cadere gli aeromodelli nel cortile. Si infransero sulla superficie di terra battuta producndo un suono troppo tenue rispetto alle conseguenze emotive dell’evento. I due bambini uscirono in cortile dopo avere sceso le scale che conducevano al piano terra. In silenzio raccolsero quanto era sopravvissuto nelle mani. Era assai poco. Assai meno di quello era sopravvissuto dentro di loro. Impiegarono due vite, una ciascuno, a emanciparsi da quella frattura. Impiegarono due vite, una ciascuno, a imparare a ricostruire un aereo e a volare.

5. Olezzo vero e denso di madre che sappia adibirsi
Le madri sono sempre almeno tre. Fateci caso. La prima madre è colei che genera. Accoglie e custodisce nel proprio ventre ergonomico il prototipo del nuovo essere umano. Ha una piscina d’acqua termale nell’utero con vista sull’Appennino Ligure. Rimane in piedi per l’intera gravidanza. Anche quando dorme rimane in piedi. Gestisce un negozio di commestibili frontestrada. Innanzi al quale transita settimanalmente un gregge di ovini mutanti. Tale transito dura un solo istante. Partorisce con dolore secondo il decreto legge divino cui s’attiene dal momento che l’esegesi biblica le si attaglia e confà. La seconda madre è colei che lava il bambino durante l’inverno. Fa scaldare l’acqua nella pentola sul fornello affinché il bambino esperisca almeno un tepore materiale. Lo bagna. Lo insapona. Lo sciacqua. Gli fa fare la pipì dentro il catino verde, in piedi. Lo asciuga e per asciugarlo lo avvolge in un grande asciugamano giallo (tutti i colori di questa storia mancano di sobrietà). Approfitta della circostanza per tenere il bambino tra le sue braccia un istante più del necessario. La terza madre è colei che ama il bambino e gli fa da madre. Morirà molti anni dopo uscendo dal coma per un istante in modo da guardare per un istante, l’ultimo, suo figlio negli occhi. Delle tre solo la terza emana olezzo di madre. Ignoro (è il dio sepolto a parlare), oppure ho dimenticato, quale odore emanassero le altre due.

6. Sentore di coppia isolatasi dal mondo per amarsi spogliata
A ogni orificio dell’amata spetta una catabasi, Di dito, lingua, mano, gomito, testa, avambraccio, naso o “congegno idraulico”, non importa a nessuno. A ogni anfratto dell’amato spetta un’accurata speleologia. Ma lei, encomiabile e soave, la fa con la sua fantasia, che sa esplorare più in profondità e non si sa ritrarre mai. Perciò quelli le sono grati e si meravigliano a vederla entrare in loro. Accade di solito dove non li vede nessuno. In un luogo morbido e caldo. Vi si trovano drappi e altri tessuti, messi l’ da qualcuno ma non si sa chi sia. Piccoli oggetti a decorare, anche questi ci sono. Tramezze e muri portanti e soffitti configurati a scrigno del bene più prezioso. Persino il quartiere e il suo cielo sanno, nella circostanza, farsi custodia di quei gesti. Ma scendere nel corpo altrui ha conseguenza. Conseguenza che sigilla il rito. Sgorgano di conseguenza tutti e solo i fluidi che esclusivamente amanti del calcio e di veicoli turbodiesel metallizzati non saprebbero nominare “sacri”. Tutti quei fluidi sgorgano e dilagano nelle distese di piacere che sono state sgomberate dal consueto. I drappi e i tessuti e i corpi che vi giacciono, allagati come risaia, sostano nell’appagamento. Inermi e immoti. Così trascorre il tempo. Tanto ne trascorre. Ancora qualche dito lambisce allora, ma poco. Così l’oceano di secrezioni si solidifica lentamente e libra verso l’olfatto del dio quel sentore di paradiso prosaico ma irrinunciabile. Prosaico solo sino a quando una doccia e il rammemorarne, non gli conferiranno dignità e sostanza lirica.

7. Maleolenza di leader determinato ed ebbro di consenso
Possiede un solo volto adibito a riflettere la luce diurna come lago di montagna, la luce artificiale come laguna ristagnante e malsana ovunque ce ne siano. Sorride sempre. Anche innanzi alla carestia, alll’inondazione e al genocidio egli sa sorridere. Diffonde così ottimismo. Glene siamo grati. Copre a falcate ampie le traiettorie aeronautiche internazionali affinché ogni evento di rilievo politico, sociale o sportivo fruisca della sua innata giovialità. Ritiene destra, sinistra e centro weltanschauung anacronistiche. Dichiara, sancisce la tripartizione in nobiltà, borghesia e proletariato, paradigma obsoleto. Viene votato da schiere di pensionati rincoglioniti e da legioni di collusi da decenni col sistema di potere che ne forgiò le membra. Pure quelle del padre inquisito non senza malevolenza. Immerge il pene in una salsiera colma di profumo CK One. Nota di testa: bergamotto, limone, mandarino, nota verde. Nota di cuore: gelsomino, mughetto, rosa, iris. Nota di fondo: legno di cedro, sandalo, ambra, muschio. Estrae il pene dalla saliera e la maleolenza giunge integra alle narici monumentali della nostra divinità. Nella circastanza per nulla dispiaciuto di essersi sepolto. Con il pene così profumato dalla fragranza più innovativa degli anni ’90, il nostro leader incula la realtà.

8. Effluvio di bambini in grado di meravigliarsi innanzi al tutto
Dai la mano a una bambina. Scegli un meridiano o un parallelo qualsiasi, e fatti portare lungo quella traiettoria intorno al mondo. Scoprirai che sul marciapiede che cinge il pianeta vi sono infiniti oggetti sorprendenti e dimenticati. In media uno ogni cinque metri esatti. C’è un tappodi sughero a cui aggrapparsi durante le inondazioni e i maremoti. C’è un tappo a corona che diventa una imbarcazione lucente nelle medesime circostanze. C’è un piccione morto che atterrisce e a un tempo affascina. C’è un braccialetto di perline di plastica che viene forzato per farlo diventare una collana e risulta troppo stretto, ma che come braccialetto è troppo largo. Allora torna sul marciapiede. C’è una moneta da cinque centesimi del 2003 che diviene risorsa propedeutica all’acquisto di un’automobile rosa. C’è un’osso di pollo spolpato che le formiche apprezzano ancora. La bambina chiede se il nonno morto nel 2012 viene mangiato dalle formiche in modo simile e altrettanto meticoloso. C’è un’astronave d’ovetto kinder. Potrà portare ovunque. persino dove don si deve andare a scuola e i denti non si cariano mai per quante caramelle si possano mangiare. C’è tutto quello che l’adulto ha già vissuto nella propria vita e che adesso sembra vissuto per la prima volta. Con gratitudine ed effluvio perfetto.

9. Puzzo di genitali di casta sacerdotale celati da pudica sottana
Bisogna guardarci sotto senza timore. Si scoprirà che sotto la sottana della casta sacerdotale non ci sono mutande ma tutto ciò che è pronto a sottomettere gli inermi. Una carriera bella e sicura. L’otto per mille. L’esenzione per gli edifici di culto compresi ristoranti, alberghi e bordelli monacali. Il privilegio di un’attendibilità e di una moralità che non vacilla nella valutazione dei baciapile. La gestione oculata e redditizia del consenso elettorale. C’è anche altro sotto quella sottana, e il puzzo che ristagna lì dentro, trattenuto, custodito, è denso come yogurt marcio. Sono genitali d’asino lunghi 33 centimetri. 33 come gli anni di un messia affermato di cui non ricordo il nome. Pendono come una scala di corda usata dalle nutrie vaticane per inerpicarsi verso il paradiso. Ogni tre centimetri c’è annodato qualcosa. Un fiocco di colore diverso a seconda dei periodi liturgici. Un rosario. Una calza autoreggente. Un cilicio. Un cordone di san Francesco. Una catena dello sciacquone. Una cintura di Cerruti sfilata dalle asole dei pantaloni di un diacono avvenente. Un bavaglino da neonato. Una stringa di scarpa uomo Fratelli Rossetti. Un nervo essiccato di jena. Una corona di spine in polipropilene per travestirsi da martire a Carnevale. È tradizione risalente al Concilio di Nicea del 325 d.C. I nodi sono così stretti da precludere la circolazione del sangue. Per questo quella salsiccia fallica oscillante frolla e puzza quasi quanto l’edificio che la contiene. Quest’ultimo, per amore di simmetria, puzza quasi quanto l’istituzione che la contiene.

10. Tanfo di nobili e abbienti che edificano cittadelle
Qualcuno raggiunse il luogo più vasto e affollato della città, si arrampicò sul basamento del monumento equestre collocato al centro di quel luogo e gridò una parola spingendola verso le orecchie della folla con tutto il fiato contenuto nei propri polmoni. La parola gridata fu CRISI. Due le conseguenze. La prima conseguenza: i cittadini di reddito medio, medio-basso e basso iniziarono ad assalirsi reciprocamente con la prima arma che riuscirono ad afferrare. Quanti erano in possesso di una vera arma, legalmente o illegalmente, risultarono privilegiati. Per gli altri furono gli oggetti d’uso quotidiano a essere riconfigurati in arma. A molte parti del corpo toccò lo stesso destino. Nessun legame di parentela tutelò dall’assalto. Non parliamo di amicizia e sodalità, che evaporarono istantaneamente. Gli anziani, gli infanti, i claudicanti, i flemmatici e gli ipotesi soccombettero per primi. Gli adulti in buona salute perpetrarono i ludi gladiatori assai più a lungo. na costellazione di saccheggi, ritorsioni, stupri e faide, per frequenza e intensità degli episodi, mutò rapidamente in galassia. La seconda conseguenza: nobili e abbienti edificarono cittadelle circondate da bastioni, reti elettrificate, altane occupate da sorveglianti provenienti da corpi di elite armati di armi contemporanee. Qui attesero la conclusione del ciclo economico, ma questa non giunse mai più. Nel frattempo organizzarono orgie tra consanguinei, banchetti antropofagi, olimpiadi sadiche, roghi di banconote. Il Morbo si diffuse trasmesso dalla carne di un duplicatore di chiavi e risuolatore di calzature cucinato una sera nel forno tandoori in argilla. I cadaveri dei nobili e degli abbienti uccisi dal Morbo produssero un tanfo caratteristico, non dissimile da quello emanato dal miele rigurgitato.

11. Afrore di guerriero durante una sosta presso baluardo
Eccitazione sessuale e veemenza guerriera fanno emanare al Vero Maschio Occidentale Contemporaneo Reazionario (VMOCR) esattamente il medesimo afrore. Un ormone steroideo del gruppo androgeno prodotto principalmente dalle cellule di Leydig situate nei testicoli e, in minima parte, dalla corteccia surrenale, la cui produzione è influenzata dall’ormone luteinizzante LH, gioca infatti un ruolo fondamentale in entrambe le attività. Il lessico, come spesso accade, è rivelatorio. “Fottere” è semanticamente correlato all’imporre un amplesso (o a condurlo ponendo l’accento sulla sottomissione reale o simbolica del partner) tanto quanto ad assestare un colpo vincente, financo definitivo, all’avversario. Sia il pene che l’arma da taglio sanno “penetrare”. Non sfuggirà infine l’analogia tra “conquista” di un esemplare del sesso opposto e “conquista” militarmente intesa. L’ultimo eroe di questa vicenda trascorse una settimana intera a ferire, ferire mortalmente e uccidere prosaicamente avversari. Durante questo lasso di tempo fu in grado di emettere quattro tipi di feromoni: 1) feromoni traccianti (trace) che rilasciati da un individuo vengono seguiti da appartenenti alla stessa specie come una traccia; 2) feromoni di allarme (alarm) che vengono emessi in situazioni di pericolo, inducendo un maggiore stato di vigilanza in quanti li captano; 3) feromoni innescanti o scatenanti (primer) che inducono nel ricevente modificazioni comportamentali e/o fisiologiche a lungo termine; 4) feromoni liberatori o di segnalazione (releaser) che scatenano comportamenti di aggressione o di accoppiamento nell’animale che li capta. Fu infine sorpreso da una pallottola nella nuca ma la sua virilità non ne risentì affatto.

12. Fetore del mondo quando lo si rivestisse di defunti
E il mondo divenne un cimitero sferico ove non si desse spazio alcuno tra cadavere e cadavere umano. Poche opere d’arte furono mai così evocative. Questa non la vide nessuno. Al massimo qualcuno ci fu ad annusarla. Sappiamo chi. Mai l’antropizzazione del globo giunse ad apparire meno retorica. Morimmo quasi tutti. Mai più arte, scienza e filosofia. Mai più talk-show, talent-show e peep-show. Il dio sepolto percepì il fetore generato dai nostri corpi non senza nutrire sentimenti malinconici. Annusò i corpi delle proprie creature che si decomponevano e si chiese in cosa potesse avere errato, se qualcosa avrebbe potuto essere calibrato meglio, perfezionato. Si chiese se avessimo mai meritato una redenzione. Troppo tardi per chiederselo ma se lo chiese lo stesso. Le larve di mosca calliforide deposte nella carne dei cadaveri scavavano canali mangiando ciò che avevano innanzi e cagando dietro di sé il residuo inassimilabile. La decomposizione innanzò una sinfonia olfattiva al cielo perplesso. Nessun dio, in quel momento, era in cielo per annusare quella sinfonia. Vennero i coyote, le jene, gli avvoltoi, i cani, i lupi, le volpi, i gatti, i ratti ed i topi a nutrirsi dei corpi morti. Poco a poco il candore delle ossa prese a rivelarsi, a diffondersi, a sostituire i colori della carne. Il fetore si attenuò. Le vestigia dell’umanità – cattedrali e posate in particolare – parvero indecifrabili icone.

13. Esalazione di poeta moribondo incline a celebrare la circostanza
Sul farsi dell’apocalisse almeno un poeta di solito rimane in vita qualche minuto per vedere quello che finisce e cantare quello che vede. Ha subito ferite mortali ma il tempo dell’agonia è programmato per consentirgli di terminare il carme. La casa editrice pressoché monopolista lo pubblicherà in tempo utile. Distribuzione capillare, sia nelle librerie che presso la GDO. Anche l’esalazione gangrenosa del poeta possiede afflato lirico e potenziale commerciale. Essa intrattiene un dio sepolto in modo costruttivo. Il poeta risulta sì sdraiato a terra in postura scomposta ma il quartiere è frequentato prevalentemente da artisti che hanno ristrutturato edifici industriali frazionandoli in loft. I versi del poeta moribondo debbono contenere almeno un’occorrenza di ciascuna delle seguenti parole: rene, dodecafonia, giuslavorista, pitone, staffilococco, subalterno, gioia. Nessun problema. Un professionista rimane tale anche da moribondo. La difficoltà principale è trovare una stenografa viva sul farsi dell’apocalisse.

14. Odoraccio di ultime collutazioni sull’esito dell’umanità
Gli ultimi uomini non rimpiangono ciò che hanno perduto. Gli ultimi uomini non assaporano gli ultimi fiati di vita. Gli ultimi uomini non ricordano la dignità di cui l’essere umano fu capace e non la replicano adesso. Gli ultimi uomini non dipingono affreschi ritraenti gli ultimi uomini intenti a dipingere affreschi. Gli ultimi uomini non compongono un poema sul destino glorioso degli ultimi uomini a un passo dall’estinzione della propria specie. Gli utltimi uomini non sostano e non si placano e non si dispongono ad osservare le proprie mani che furono capaci di essere mani di uomo. Gli ultimi uomini non guardano le proprie mani capaci di plasmare l’argilla per farne tempio, busto di fanciulla, anfora, colonna e capitello, utensile, veicolo, strumento che cura, strumento che lenisce, strumento che ritempra. Strumento che diverte. Gli ultimi uomini non guardano seduti e placati le proprie mani capaci di accarezzare. Gli ultimi uomini non guardano le proprie mani capaci di appoggiarsi lievemente sul punto in cui il dolore si manifesta nel corpo per alleviarne o contenerne l’ardere. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani chiuse a pugno che colpiscono il proprio umano avversario per ferirlo. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani impugnare le ultime armi per mutilare l’avversario. Ciò che fanno gli ultimi uomini è guardare le proprie mani che afferrano alla gola il proprio avversario, il proprio simile, il proprio umano fratello per sconfiggerlo attraverso l’imposizione dell’evento chiamato “morte”. Quelle ultime collutazioni, i corpi inpegnati in esse, diffondono un odoraccio sgradevole. Destinato per fortuna a estinguersi, insieme alla propria sorgente, assai presto.

15. Graveolenza di mondo terminato senza clamore e rimpianto
In questa sezione il mondo ha appena visto estinguersi il genere umano ma esso è ancora abitato dalla vita. Animale e vegetale. Grata dell’assenza. Si potrebbe immaginare felice la natura scevra di uomo. Purtroppo quest’ultimo ha saputo impregnare il mondo del proprio catabolismo letale appena un istante prima di togliere il disturbo. Ora ciò che è sepolto sotto la superficie del mondo, dei schivi a parte, principia a fermentare. Sono gli involucri dei prodotti consumati. Sono i residui dei prodotti consumati. Sono gli scarti di lavorazione dei prodotti consumati. Sono i deflussi delle acque che hanno lavato le vasche ove i prodotti vivacemente pigmentati sono stati sbiancati, ove i prodotti pallidi sono stati vivacemente pigmentati, ove la natura della materia di ciascun prodotto destinato al consumo è stata violata e storpiata per predisporlo al consumo. Ciò, dopo essersi miscelato, agglomerato, coniugato con se stesso innumerevoli volte, ora fermenta. Fermentando accresce il proprio volume. Accrescendo il proprio volume cerca varchi attraverso i quali espandersi. Li trova. Li sfrutta. Così tracima, poi esonda, quindi dilaga. Infine sommerge. Fai ciao alla vita animale e vegetale.

16. Odore del nulla che l’estinzione sa riservare infine
Quanto piace al nostro dio questo odore di mondo privo di vita. Egli rimpiange l’essenziale modalità di esistenza del tutto riscontrabile prima della creazione. Ebbene, il tutto prima della creazione possiede, sorprendentemente, un odore simile a quello del nulla. Nulla sa risultare essenziale quanto il nulla. Cavilli teoretici direte. Sarà anche un bell’odore ma difetta in dinamismo. Evitiamo i rimpianti. Comunque l’odore di vita non è scomparso del tutto. Ci deve essere ancora qualcosa di vivo, ma deve essere occultato in uno scrigno di materia porosa. Offuscato da uno schermo solo parzialmente permeabile alle molecole in grado di stimolare i recettori olfattivi. Infine comprende di essere egli stesso l’eccezione. La contraddizione. Il virus che minaccia l’assolutezza nel nulla e del mondo privo di vita. È dunque tempo di estinguersi. Lasceremo entrare nelle narici del dio sepolto l’argilla che occorre. La faremo trasportare da una brezza leggera. Primaverile. Inquadreremo la scena lasciando la macchina da presa immobile. Priva di operatore. Priva di regista, direttore della fotografia. Priva persino di pubblico. Quando entrambe le narici dissepolte saranno colme di argilla il dio sepolto smetterà di respirare. Gaia conclusione. Occorrono su per giù quaranta minuti. Giusto il tempo di rammentare un ultimo profumo percepito molto tempo prima della fine. Accade nel capitolo 17. L’ultimo.

17. Profumo di colei che sostò presso il dio sepolto
Colei che sostò presso il dio sepolto fu sorpresa dalla pioggia ed entrò, per ripararsi da questa, nella narice del dio. Le molecole di lei, bagnate dalla pioggia, principiarono a sublimare via via che il suo corpo estivo asciugava. Colpivano i recettori olfattivi delle mucose del dio rivestendoli, attivandoli, appagandoli. Era profumo di pelle di lei. Era profumo di sudore di lei. Era profumo del profumo di lei. Tutto era piacevole e giusto come può esserlo solo una sosta lungo un percorso mai troppo faticoso. Un dislivello lieve. Accadde molto prima della scomparsa dell’umanità e dell’avvento del mondo glabro. Il dio comprese che lei era bella dal suo profumo. Comprese altresì che lei possedeva una corolla di riccioli caravaggeschi, vocati all’assalto dello spazio e della materia suscettibile d’esserne avvolta. Ad esempio delle dita di un amante. Comprese che lei sapeva ascoltare e che lo faceva volentieri. Comprese di lei che anche lei, come lui (dire “lei” e “lui” nella stessa frase sottende sempre una simmetria, talvolta lasciva, talvolta romantica), aveva creato mondi e li aveva fatti abitare da abitanti. Non meno vasti i primi. Non meno grotteschi e crudeli i secondi. Dal suo profumo si poteva comprendere il suo nome ma il dio sepolto non lo pronunciò per non rivelarsi e per non riempire la bocca di sgradevole argilla. Accadde molto prima della scomparsa dell’umanità e dell’avvento del mondo glabro. Fu allora che il dio sepolto la inspirò.

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