Ho tremila anni e settanta nomi

mg_9270Anselm Kiefer, “Book with Wings” (1992-94)

[uno] Scrivo nudo.

[due] Un Реактивный Противотанковый Гранатомёт (Reaktivnyj Protivotankovyj Granatomjot), ovvero un lanciagranate propulse (a reazione) anticarro RPG-32 di fabbricazione russa, pochi istanti fa ha atomizzato nell’ordine: tapparelle avvolgibili in PVC, porta finestra in alluminio anodizzato con taglio termico, tende con bracciale a due teli beige chiaro collocati alle mie spalle, peraltro nude. In assenza di corpi solidi opachi quali serramenti e complementi d’arredo a celare la mia figura seduta innanzi al laptop, dalle nove finestre dell’edificio prospiciente quello in cui scrivo nudo, nove agenti operativi appartenenti a nove differenti servizi di intelligence possono spiarmi con relativo agio.

[tre] Il lettore a questo punto si immedesima nell’agente operativo di un qualsivoglia servizio di intelligence impegnato a scrutare la mia figura assisa attraverso le ottiche di un telescopio Yukon Advanced con microcamera assemblata in laboratorio, ideale per effettuare riprese video a lunga distanza, registrando a 25 fotogrammi al secondo (fps) in formato AVI più di 8 ore di video di qualità alla massima risoluzione video di 720 x 576, su una mini scheda SD da 8GB. E si chiede: su quale fottuta sedia è seduto il tuo fottuto corpo nudo innanzi al fottuto laptop? Ebbene il contesto richiede senza dubbio una Hill House di Charles Rennie Mackintosh. Fu pensata dal designer scozzese nel 1902 più con intenti decorativi che strettamente funzionali. Era destinata, insieme ad una gemella, alla camera da letto della casa “Hill” di proprietà dell’editore Walter W. Blackie a Helensburgh, non lontano da Glasgow. Le due sedie in legno nero ebanizzato sono ancora lì, nessuno ci ci siede sopra, e resta intatto l’effetto originale che provocano, spiccando sulle pareti totalmente bianche. Tornando a noi, le sue diciassette feritoie rivelano sezioni oblunghe orizzontali del mio corpo nudo visto da tergo, ciascuna delle quali risulta ineludibilmente geometrica, glabra, lattescente e sexy.

[quattro] La facciata dell’edificio prospiciente potrebbe divenire, se il lettore assecondasse l’allegoria, una scacchiera verticale di tre-per-tre caselle (identifichiamole univocamente adottando coordinate: sul lato sinistro le lettere A, B, C, dal basso verso l’alto; sul lato inferiore i numeri 1, 2, 3, da sinistra verso destra), ciascuna delle quali ospiterebbe una spia internazionale al servizio di una specifica nazione interessata per motivi ancora ignoti agli affari miei. In dotazione a ogni agente, oltre ai già menzionati telescopio e lanciagranate, un fucile semiautomatico di precisione anti-materiale a recupero di gas M82 Barrett (light fifty) calibro .50 BMG (12,7 × 99 mm NATO). Non si sa mai torni utile. Étienne Cousineau della Direction générale de la sécurité extérieure (DGSE), l’intelligence francese, reca tatuato, a formare un arcobaleno di caratteri gotici sul proprio ventre, il motto “Ad augusta per angusta”. La sua fidanzata si chiama Marie Catherine Vitalie Cuif, abita a Charleville nelle Ardenne, è lievemente strabica e lo tradisce di rado. Lo collochiamo in B3. Attraverso il suo Yukon Advanced legge sullo schermo del mio laptop: “Quando alle spalle dell’agente francese la porta si aprirà, egli non tenterà neppure di afferrare la propria arma. Il fruscio che l’agente del Mossad produrrà raggiungendolo, gli rammenterà il gemito del vento tra i ciliegi di Sedan”.

[cinque] Ora la casella B3 è vuota. Chlomo Appelfeld dello Ha-Mossad le-Modi’in ule-Tafkidim Meyuchadim (Istituto per l’intelligence e servizi speciali israeliano) può tornare a C1. Solo una breve sosta per pulire la lama del suo push blade sulla tendina stampata in fantasia optical che protegge una kentia rigogliosa dalla luce altrimenti troppo intensa del meriggio, attenuandola. Intanto l’agente operativo giapponese, in B2, scruta attraverso una fessura delle persiane in pvc il testo che appare sul mio monitor: “Accadde nella prima metà del ‘600. Il valoroso samurai Ii Naotaka incrociò un giorno un gatto che sembrava salutarlo. Interpretando l’evento come un presagio, il nobiluomo si arrestò e si diresse verso l’animale. Deviando dal cammino che avrebbe percorso altrimenti, si accorse di avere evitato una trappola tesa per lui poco più avanti. Da allora i gatti furono considerati, in Giappone, spiriti saggi e portatori di fortuna. Il Maneki Neko è un gatto in porcellana o ceramica con una zampa alzata nell’atto di salutare che viene acquistato o donato affinché garantisca successo. Non è l’unico motivo per cui l’agente giapponese tiene un soprammobile raffigurante un gatto che saluta accanto a sé in ogni missione. Ulteriore motivo: l’agente è una donna di nome Neko, Shirubiya Neko”.

[sei] La mano di Neko è perfetta. Essa fa cose che a osservargliele fare non si sa distogliere lo sguardo. Se diviene immobile innanzi al tuo volto [come accadde la sera appena trascorsa N.d.A.], diresti la bellezza definitiva. Diresti l’armonia vittoriosa su morte, putrefazione, meschinità, agonia, merda, umanità, inferno. Neko tiene sempre il proprio gatto di ceramica accanto durante un appostamento. Rigorosamente voltato verso sé, in modo che il suo influsso positivo sia di buon auspicio nei confronti della missione – garantendone il successo – e preservi la sua incolumità. Solo nel febbraio 2009 ruotò con tre dita l’animaletto portafortuna di 180 gradi, imponendogli di rivolgere lo sguardo smaltato altrove. Fu durante l’appostamento che avrebbe portato all’omicidio di un sindacalista del Nihon Rōdō Kumiai Sō Hyōgikai (Sōhyō), la più diffusa organizzazione di lavoratori giapponese. Prima di sparare Neko si masturbò per alcuni minuti con la mano perfetta di cui sopra, rischiando di perdere di vista l’obiettivo impegnato a sorseggiare un shochu con alcuni colleghi presso un bar di Hamamatsu. L’eccitazione fu tuttavia tanto inspiegabile quanto incontenibile. Quando Shirubiya Neko ebbe terminato di appagarsi potè tornare alla missione. Lasciò gli slip a ingarbugliare le caviglie nude. Girò il talismano nuovamente verso di sé e imbracciò il fucile di precisione. Premendolo con l’indice destro, inumidì il glilletto di trasudato vaginale.

[sette] Ciò che il mio nudo corpo scrive tra doppi apici è questo. Ciò che il mio nudo corpo scrive tra doppi apici è “Ciò che il mio nudo corpo scrive accade. Sono a conoscenza di tale facoltà grafo-demiurgica i governi di nove nazioni: Israele, Russia, Germania, USA, Giappone, Francia, Regno Unito, Cina, Turchia. Ciascun governo ha incaricato i propri servizi segreti di inviare un agente operativo a sorvegliarmi da una delle nove finestre dell’edificio prospiciente da cui io possa essere sorvegliato, in attesa di nuove indicazioni circa la procedura da adottare. Rapirmi per sfruttare il mio potere a proprio vantaggio? Sopprimermi affinché non possa cadere in mano a governi ostili o sgraditi? Uno degli agenti operativi menzionati è già fuori causa. Era francese. Mentre lui moriva la moglie scopava con qualcuno. Il suo collega del Federalnaya Sluzhba Besopasnosti (Servizio Sicurezza Federale russo) ha appena ricevuto l’ordine di spararmi nella nuda schiena infrangendo uno o più listelli laccati dello schienale della mia bellissima Hill House Chair. Lo consentirete agenti ulteriori? Consentirete venga rovinato un manufatto di design di tale pregio? Credo di proprio di no. Bye bye Georgij Nikolaevič Leonidze!”.

[otto] Lei no. Shirubiya Neko (dalle sue mai sazie di scosse telluriche parti: シルビア 猫), la letale giapponesina [pavento abbia trent’anni N.d.A], non ha partecipato alla rimozione dell’agente operativo russo dalla casella C2. Si era distratta. Si tratta della seconda “distrazione” attribuita alla fanciulla dopo la digressione autoerotica del capitolo sei. Al lettore avvezzo alla contabilità o al disturbo ossessivo-compulvo non sarà di certo sfuggito. Che un agente operativo di un servizio segreto internazionale si distragga due volte in un numero esiguo di capitoli parrà (a questi e a chiunque) insolito. Tolleralo lettore. C’è motivo e ragione. Si vogliono talvolta dire cose che si dicono meglio distratti piuttosto che concentrati. Specie se riguardano l’amore e il sotterfugio e il sotterfugio che l’amore intenda celare. Allora distraiamoci con Neko. Mentre gli agenti si agguatano vicendevolmente al fine di rosicchiarsi quella porzione di vita avventurosa che ancora spetta loro, ella distoglie lo sguardo seducente dall’oculare del telescopio, dal mirino del fucile di precisione e da quello del lanciagranate per guardare invece la pagina di carta dell’edizione giapponese del 1996 di “Foglie d’erba” di Whitman. È la pagina numero 百十八. Sulla pagina c’è “Canto il corpo elettrico, / Le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io le abbraccio, / Non mi lasceranno partire finché non sia andato con loro, non abbia loro risposto, / E li abbia purificati, e li abbia riempiti col pieno carico delle anime loro.” Poi cè altro e alla fine di quello che Neko ha il tempo di leggere c’è “E se il corpo non opera in pieno quanto l’anima? Ché se il corpo non è l’anima, che cosa dunque è l’anima?”. La ragazza dagli occhi a mandorla che trascurano i mirini prediligendo le pagine di carta dei libri, sa del mio corpo nudo e ha innanzi il mio corpo nudo mentre legge quelle parole. Curiosa circostanza. Le suggerii io stesso, nel 1855, al poeta dell’isola a forma di pesce.

[nove] Tre furono i miei doni agli uomini. Le 22 lettere dell’alfabeto originario, i tarocchi, gli scacchi.

[dieci] I primi colonizzatori delle terre emerse sono ancora qui. Hanno proliferato occupando gli interstizi più reconditi della realtà. Mai trascurandone alcuno. Saturando l’Universo interstiziale. Generando con protervia e pervicacia. Hanno proliferato sino a occupare il pieno, il vuoto, il qui, l’altrove, l’ovunque e gli appartamenti dell’edificio prospiciente. Hanno nome di “agente”, “sicario”, “assassino”, “insetto”. Si dica che “fanno un lavoro”. Si sappia piuttosto che essi cercano cibo, fottere e identità sulla superficie di una sfera di pietra e oceani contraccambiando il favore loro concesso nell’unica maniera loro consentita, loro nota: coprendo quella superficie della propria escrezione. Ora vi faccio vedere come se ne schiaccia uno col tacco della scarpa (tallone del piede nudo nella fattispecie, ma fa lo stesso). È sufficiente io scriva e lui legga “La biopsia dei linfonodi non è andata molto bene caro Chris. La Dottoressa Bettany te lo comunicherà nel suo studio al termine della missione. Ti informerà che in base alla classificazione di Ann-Arbor, il linfoma di Hodgkin che vai ospitando da circa diciotto mesi risulta di tipo IV-10. Il tipo IV è sfortunatamente il più grave. È irreversibile e letale. Quel ‘10’ ha invece a che fare con le dimensioni della massa tumorale. Indovina: è massima. Limitiamoci a dire ‘enorme’ se vogliamo trascurare i tecnicismi superflui. Che dici: trascorriamo il prossimo annetto tra interventi chirurgici superflui, chemioterapie e radioterapie atroci o ce ne andiamo con agio e rapidità adesso, in mezzo a una bella missione, urlando ‘Semper occultus!’ o, se preferisci, ‘Fanculo la Regina!’?”. A questo punto lo sparo attutito che si sente provenire dalla casella A1, dove Christopher Northrop dell’MI6 sino a pochi istanti fa mi controllava, non è diretto verso di me ma verso il suo anglosassone palato molle.

[undici] Non ero ancora diventato Lo Scriba quando accadde. Quando accadde non avevo principiato a sedere a lato del Trono. Anche allora, come oggi vedi accadere, gli angeli guardavano alle figlie degli uomini con desiderio. Nel primo libro che reca il mio nome sul frontespizio saprai infatti leggere “E avvenne che quando i figli degli uomini si erano moltiplicati, in quei giorni nacquero loro figlie belle e avvenenti. Gli angeli, i figli del cielo, le videro e le bramarono, e si dicevano l’un l’altro: ‘Venite, andiamo a scegliere le nostre mogli tra i figli degli uomini e generiamo bambini.’ Erano in tutto duecento; essi discesero al tempo di Jared sulla vetta del Monte Hermon. E questi erano i nomi dei loro capi: Samlazaz, Araklba, Rameel, Kokablel, Tamlel, Ramlel, Danel, Ezeqeel, Baraqijal, Asael, Armaros, Batarel, Ananel, Zaqel, Samsapeel, Satarel, Turel, Jomjael, Sariel. E tutti gli altri insieme a loro presero con sé delle mogli, ciascuno scegliendone una, e cominciarono ad andare con loro, cominciarono a entrare dentro di loro, a contaminare se stessi con le donne. Poi insegnarono loro la seduzione e gli incantesimi, fecero loro conoscere le piante e il taglio delle radici. Quindi le mogli rimasero incinte e partorirono giganti la cui altezza era di tremila braccia. Ma quando gli uomini non poterono più sostentarli, i giganti si rivoltarono contro gli uomini e li divorarono. E cominciarono a peccare contro gli uccelli, le bestie, i rettili e i pesci, a divorarsi a vicenda e a bere il sangue gli uni degli altri. Allora la terra pronunziò un atto di accusa contro quei senza legge*.” Ecco cosa temo. Accade ancora. Qui, adesso, allontanatomi dal Trono, cambiato nome e volto e luogo e tempo innumerabili volte, la figlia di un uomo mi guarda (la mia schiena nuda guarda), e so di non essere mai stato così lontano dal Trono come quando io (anche volgendole la schiena lo so fare) guardo lei.

* dal Primo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Enoch etiope”)

[dodici] Alcuna delle sue armi può annientarmi. Alcuna delle sue arti lo può. Piuttosto il suo diniego.

[tredici] Emblema di vanità la regina di Etiopia. Annotiamo pure: moglie di re Cefeo. Fu pettinandosi i bei capelli (pur scevri di balsamo al meliloto e hair-stylist trendy) che Cassiopea osò sfidare le Nereidi annunciando l’avvenenza propria, e della figlia Andromeda, competitiva o financo superiore rispetto a quella delle cinquantuno ninfe menzionate. Tutte benevole, quelle, secondo Esiodo e vari altri aedi. Tutte benevole dunque, ma si rivolsero comunque a Poseidone pretendendo adeguata contromisura. Da questo punto in poi: ex-benevole. L’accondiscendente dio del mare e dei terremoti (‘Dei maremoti!’ celebrerebbe chi padroneggiasse la crasi) inviò il mostro Ceto a devastare l’Etiopia e a deglutirne gli abitanti. Forse per dotarsi di un bersaglio condiviso cui destinare le proprie invettive e talune imprecazioni, gli antichi Etiopi chiamarono “Cassiopea” la costellazione a forma di ‘M’ (o ‘W’ a seconda di come ci si orienti sdraiandosi in giardino di notte) vicina al polo nord celeste e incastrata tra le costellazioni di Cefeo e Andromeda. I lettori pagani e politeisti lo sapevano già ma non ce lo fanno pesare, per cui proseguiamo. Neko si è lasciata alle spalle le armi e gli strumenti di sorveglianza. Compiuti pochi passi, si è manifestata nel riquadro della finestra. Così incorniciata, la più affascinante agente operativa che abbia mai ipotizzato di spararmi nella nuda schiena osserva il cielo notturno tentando di afferrarne un punto preciso con lo sguardo. Lo fa. Ora strappa il velcro che chiude lateralmente il proprio gilet antiproiettile in kevlar, allentandolo quanto basta per riuscire a scostarne la spallina destra. L’indumento in cotone sottostante (che non cesserò mai di invidiare ferocemente) si fa anch’esso da parte, sapientemente guidato oltre la clavicola. Rivelandola. Appaiono cinque nei. Nella medesima configurazione delle stelle di Cassiopea. Il confronto si smarrisce. Non sa dirimere rispetto a quale sia, tra le due, la foggia più deliziosa. E quale risplenda di più.

[quattordici] Nove governi in competizione iniziano a valutare l’opportunità di allearsi quando qualcuno inizia a fargli fuori gli agenti operativi. Così ai sei agenti operativi rimasti arriva dai rispettivi governi l’ordine di collaborare. Il primo atto della nuova ecumenica fase consiste nel tagliarmi la corrente elettrica, in modo da privare il mio laptop di energia demiurgica. Quando le batterie saranno completamente esaurite non potrò più scrivere nulla e di conseguenza la realtà non sarà più influenzata, alterata, rimpiazzata da quanto scrivo. Ma le batterie del laptop, in precedenza nutrite dalla rete, conservano ancora un paio d’ore di autonomia. Mentre gli agenti operativi mi tengono sotto tiro grazie ai mirini e ai visori agli infrarossi, so che non mi occorrono due ore per fare quello che devo fare. Per scrivere quello che devo scrivere mi occorrono infatti solo pochi secondi. Scrivo “Sulla fronte di Chlomo Appelfeld appaiono ora le lettere ebraiche אמת”. Immediatamente l’agente operativo israeliano cui ho inciso EMET (‘verità’) sul cranio inizia a fare ciò che io voglio faccia, proprio come a suo tempo fece il servo del rabbino Jehuda Löw ben Bezalel di Praga, quell’ammasso argilla che nel XVI secolo divenne noto a chiunque e ovunque fu temuto come: il Golem.

[quindici] Qui ci vuole un flashback di ‘alleggerimento’. Eccolo. Nel capitolo undici gli angeli giacevano con le figlie degli uomini che generavano giganti assai birichini. Io, Enoch, nel frattempo, adoravo il Signore della potenza e Re dei secoli, ed ecco che tutti quanti iniziarono a chiamarmi ‘Enoch lo scriba’, e mi dissero: “Enoch, tu scriba della giustizia, va’, dichiara ai Vigilanti del cielo cosa hanno lasciato nel cielo alto, il luogo santo ed eterno; essi si sono contaminati con le donne, e hanno agito come fanno i figli della terra, prendendo delle mogli con sé. Va’ da loro e digli: ‘Voi avete portato grande distruzione sulla terra, e per voi non vi sarà pace né perdono*”. Io dunque, proprio io, fui chiamato da loro e da Colui che siede sul Trono a scrivere e pronunciare la condanna degli angeli trasgressori. Lo feci. Il primo libro che porta il mio nome prosegue così: “Poi venni guidato agli estremi confini della terra e vidi delle grandi bestie, ognuna diversa dall’altra; anche gli uccelli erano tutti diversi, sia per l’aspetto che per la voce. Ancora più ad est vidi dove giace il cielo, e i suoi portali erano aperti. Vidi come sorgono le stelle, contai i portali da cui promanano e scrissi tutti i loro nomi, i loro corsi, le loro posizioni e i loro tempi, come mi illustrò l’angelo Uriel che era con me. E di fronte ad ogni cosa che vidi benedissi sempre il Signore della gloria, che ha creato grandi meraviglie per mostrare la grandezza della Sua opera agli angeli, agli spiriti e agli uomini, affinché potessero lodare tutta la sua creazione: chi può vedere l’opera delle sue mani e della sua forza, Lo lodi per sempre*.” Oggi, millenni dopo, cesso di lodare e di invitare a lodare. Oggi sarò detto empio. E oggi tale sarò. Ma innanzi al volto di lei, innanzi alla foggia di lei, innanzi alla voce di lei che dice il pensiero di lei, innanzi a qualunque segno lei lasci nel mondo, avanti, durante e oltre il suo passo sulla superficie del mondo stesso, baratterei tutta la Creazione con quello, pur di averne ancora.

* dal Primo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Enoch etiope”) [alla faccia dell’alleggerimento N.d.A.]

[sedici] Fatela finita con gli apocrifi veterotestamentari e cominciate a spararvi nel culo!

[diciassette] Quando le richieste vengono formulate con irreprensibile garbo come è appena accaduto (ci riferiamo al capitolo precedente), non si può non disporsi ad accoglierle. Ma questa sera i lanciagranate, i fucili di precisione e i push blade sosteranno. Questa sera nessuno sparerà nel culo altrui e i culi di tutti riposeranno tranquilli e pacifici nelle rispettive mutande: slip o boxer, tanga o brasiliane, culotte o perizoma, in cotone o seta o nylon o lycra o tulle. Non ci frega nulla della fibra e della manifattura globalizzata. Solo che il culo riposi. Ebbene questa sera, nudi e seduti sulla sedia più scomoda e bella che architetto scozzese abbia mai concepito, innanzi a laptop esausto, immersi nell’oscurità tecnica che l’assedio al mio corpo nudo di scriba onnipotente impone, ebbene questa sera tradisco tutto ciò che è sacro e puro per lei. Per lei che dall’edificio prospiciente mi guarda nudo e legge Walt Whitman innanzi a un gatto di ceramica con l’espressione da coglione. Per lei che non leggerà queste parole. Per lei che non comprenderà queste parole se pure le leggerà. Per lei che se ne fotterà del significato di queste parole se pure le leggerà e comprenderà. Per lei che al termine della missione fotterà il suo fidanzato ricavandone reciprocità leggendo queste parole vane che mi rendono definitivamente empio e sanciscono il mio essere definitivamente distante dal Trono. Sono le parole dello Sēpher Yəṣîrâh, del “Libro della formazione”, che donai agli uomini affinché conoscessero e usassero le ventidue lettere dell’alfabeto originario per plasmare e mutare il mondo. Quelle parole in grado di spiegare come le ventidue lettere dell’alfabeto originario debbano essere classificate in riferimento alla posizione degli organi vocali che producono il relativo suono e rispetto all’intensità sonora. In particolare come nessun suono possa essere prodotto senza la lingua, alla quale gli altri organi della parola semplicemente prestano assistenza. Nei cinque modi: con la punta della lingua e la gola, tra le labbra e la punta della lingua, al centro della lingua, con la punta della lingua, con la lingua appiattita e distesa e con i denti. Quella lingua che a ogni emissione vocale destinata a cesellare la vibrazione sonora di ciascuna delle ventidue lettere dell’alfabeto originario desidero cessi di dedicarsi alla parola sacra che plasma e muta il mondo per dedicarsi definitivamente e sino all’apocalisse a lambire la sua cristallina, blasfema, perfetta, demoniaca, sublime, ctonia, santa clitoride. Madida di assoluto.

[diciotto] I devoti del pulp mi assediano e poche cose mi danno fastidio come il risultarmi e il percepirmi assediato. Perciò cedo e descrivo il mio golem addestrato a uccidere a Tel Aviv che percorre silenziosissimo e felpatissimo i cunicoli retrostanti gli appartamenti da cui gli altri cinque agenti operativi residuali mi spiano in attesa di ulteriori direttive provenienti dal proprio governo. Considerato il clima veterotestamentario prevalente, le incursioni entro gli appartamenti menzionati e gli omicidi degli agenti operativi ivi contenuti non potranno non citare qualche piaga dell’Egitto o qualche altra letale scelleratezza biblica. Infatti è così. Norbert Von Gennep, l’agente del Bundesnachrichtendienst, il servizio informazioni federale tedesco, viene legato alla rete del letto e nella bocca gli viene versato stagno fuso in un improvvisato fornelletto. Proprio come nella bocche degli ebrei macchiatisi di idolatria durante l’ascesa di Mosè al monte ove ricevette da Dio le due tavole della Testimonianza fu versato il metallo rovente ricavato dalla fusione del vitello d’oro. Essi, assecondati da Aronne, avevano avuto bisogno di un simulacro visibile e materiale da adorare. Essi avevano tradito la volontà divina. Essi meritavano la morte come un sicario di Bad Neustadt an der Saale, 3.500 anni dopo, l’avrebbe meritata per avere sfidato me, un Arcangelo, ricavandone l’ustione della glottide e la necrotizzazione occlusiva della faringe con conseguente intollerabilmente doloroso e definitivo soffocamento.

[diciannove] Il fidanzato di Shirubiya Neko ignora di essere fidanzato con un agente operativo della Public Security Intelligence Agency (公安調査庁, kōanchōsa-chō). Ciò ci impedisce di immaginarlo dotato di particolare acume intellettuale e di attitudine all’intuizione efficace. Oppure lei ci sa fare. Anche in caso ci sapesse fare non potremmo comunque ignorare quanto sia distratta di recente. Se io non fossi l’arcangelo Metatron, già Enoch dei tre libri omonimi, Lo Scriba, Colui che siede a lato del Trono (unico essere del Regno Celeste autorizzato a sedere oltre a Dio stesso), probabilmente rinuncerei alla competizione e consentirei al fidanzato della fanciulla che amo di vivere, libero di assaporare ciò che egli assapora. Gli anfratti, le connessure e le intercapedini di lei, i suoi fluidi mentre scorrono verticalmente, le sue sagge concavità e le caute convessità, ciò che fa quando si apparta, la coltre che diviene avvolgendosi intorno all’amato per custodirlo, viceversa il bene nello scrigno, l’inerzia perfetta del dopo, tutte le parole che dicono le bocche combacianti, il segreto atroce di nessun conto, le architetture della sua pelvi arroventata, la materia che contiene e solo per lui secerne. Infine il racconto di occhi che sanno di avere guardato un arcangelo. Tutto questo permetterei lui assaporasse. Ma io sono Metatron, così scrivo sul laptop che va spegnendosi “Cessi lui di essere, ora”. Io sono Metratron: ciò che scrivo accade.

[venti] L’amore è una variante del tiro al piattello ove in luogo dei piattelli si abbiano arcangeli.

[ventuno] Se avessi saputo ciò che ora so, mai avrei scritto quel nefasto e illusorio ottavo capitolo. Allora ero ancora un arcangelo ottimista e immaginavo che il mio corpo nudo ispirasse la lettura di Whitman da parte di Neko. Presumevo che il ‘corpo elettrico’ celebrato dal poema fosse il mio. Nulla di più scellerato che crederlo. Ora so la fanciulla impegnata a leggere nuovi versi di quel poema ma dubito di tutto, persino che ‘Canto il corpo elettrico’ sia un poema di Whitman. Potrebbe trattarsi di un album del ’72 dei Weather Report, forse di un racconto di Ray Bradbury in cui tre fratelli richiamano in vita la propria nonna grazie alla tecnologia, persino di una canzone scritta da Wade Lassister per la colonna sonora di Fame, lungometraggio stipato di adolescenti acneici quanto depressi diretto da Alan Parker. No, è proprio Whitman. Però non è il mio corpo nudo a commentare visivamente quei versi nella testa della lettrice, ma il ricordo del corpo di un fidanzato che non esiste più (gli ho negato io stesso l’esistenza pochi istanti fa) ma che la fanciulla considera ancora esistente (non guardava in alcuna ottica di telescopio mentre scrivevo decretandone l’inesistenza, piuttosto cercava il segnalibro). Immaginando le mani di lui sui propri seni euclidei, ella legge “Il maschio non è da meno dell’anima e non è di più, anche lui è al suo posto. / Anche lui possiede tutte le qualità, è azione e forza, / Le ricchezze dell’universo noto sono in lui, / Il disprezzo ben gli si addice, e l’appetito e la sfida gli si addicono bene, / Le passionii più ampie e selvagge, felicità al suo massimo, dolore al suo massimo gli si addicono, l’orgoglio è per lui, / il ben dispiegato orgoglio dell’uomo placa e fortifica l’anima, / Il sapere gli si addice, lui l’ama sempre, e sottopone ogni cosa alla prova di sé, / Qualunque cosa debba misurare, qualunque il mare e la vela, i suoi scandagli infine lancia soltanto qui, (Dove altrimenti dovrebbe lanciare se non qui gli scandagli?)”. Se lui esistesse ancora lo sorvolerei radente per pisciargli sulla testa tutta la mia feroce invidia.

[ventidue] Al dibattito sul realismo in letteratura potrebbe giovare un mio contributo: ciò che scrivo diviene reale. Qualunque cosa io scriva. Iperrealismo, realismo magico o surrealismo, allorché la penna da cui l’inchiostro defluisce fosse guidata dalla mia mano, rivelerebbero la più concreta, oggettiva e materiale realtà. Decreterebbero ciò che incontrovertibilmente e irreversibilmente è. Immaginatemi a scrivere del mondo. Giuocando. Immaginatemi a scrivere che la foggia del mondo non è di globo bensì di locusta. Un mondo in foggia di smisurata Schistocerca Gregaria (quella delle piaghe d’Egitto, of course). Fate io scriva che l’insetto si anima. Allora le città collocate presso le zampette e le alette e le antennine si staccherebbero dopo avere poco vibrato, lanciate nel cosmo come dardi immani fatti di edifici, strade e genti dentro gli edifici e sulle strade. Come grumi di materia architettonica e umana scagliati nel nulla senza aria e luce e calore. A morire disgregandosi senza alcun nuovo respiro. Giuco bizzarro e nocivo che potrei fare se volessi e il laptop o qualsivoglia altro strumento per lo scrivere fosse efficiente ora. Ogni cosa scrivessi, mondi nascerebbero o morirebbero. La creazione si attorciglierebbe terrorizzata innanzi a qualsivoglia contraddizione e orrore e abisso o capriccio vacuo io concepissi. Annoiandomi magari. Due cose che non posso scrivere. Che il Tetragrammaton, Colui che siede sul Trono, non sia se stesso. È la prima. La seconda è che tu mi ami. Così mi ameresti infatti soggiogata ma non avresti scelto me. Se io non fossi amato da te, scevra da editti e vincoli, libera di farlo, non avrei alcun potere. Neppure quello di essere.

[ventitre] ‘Dico’ (non ‘scrivo’). Mi rivolgo a ‘te’ (non a ‘lei’). Non posso scrivere ma posso dire, nudo, voltato verso di te, guardando verso di te, guardando te, con le ali ora interamente dispiegate, vedendoti nell’oscurità, sussurrando affinché il mondo possa udire. Ho cessato di sedere. Ora sono in piedi. Ora sono in piedi. Ora sono in piedi.

[ventiquattro] Fanculo la scomodissima Hill House Chair.

[venticinque] Uomini, angeli, arcangeli, i quali permarrebbero saldi innanzi al crollo della volta celeste, vacillerebbero innanzi a una bruna violoncellista dagli occhi a mandorla. Solo raggiunti gli ultimi capitoli e l’esito che conterranno, quando e come mi innamorai di Neko sarà noto al lettore (un indizio già è stato fornito ma opportunamente incompleto). Voglio dire di lei comunque. Voglio ricordare di averne osservato i gesti e gli atti prima di giungere qui. Presso una bottega di liutaio a Cremona, in Italia, in particolare. Era il 2002 e il maestro Emilio Slaviero illustrava caratteristiche e dettagli di alcuni pregiati archetti di pernanbuco per violoncello da lui realizzati a una cliente straniera. La giovane giapponese (musicista di talento per passione e spia di professione) domandava rivelando competenza. Il liutaio raccontò dei decenni necessari a conferire al legno brasiliano la stagionatura necessaria. Disse di averne ereditato dal padre una grande quantità incommensurabile in pregio. Il lascito era divenuto un bene di valore considerevole che, unito alla perizia dell’erede e ad altri anni di messa in tensione per conferire all’archetto la ideale curvatura, procurava ai più abili musicisti del mondo i propri attrezzi. Neko saggiò il bilanciamento di un Dominique Peccatte “collo di cigno”. Dopo averlo appoggiato sul rivestimento in velluto della custodia aperta, senza aggiungere nulla estrasse un blocchetto di assegni e ne compilò il primo con armoniosa calligrafia. Il prezzo era elevato ma la perfezione degli archetti di Slaviero, comparabili solo a quelli di Lucchi, giustificava l’esborso. Furono i crini di quell’archetto a segare la carotide del console indonesiano a Kyoto pochi giorni dopo. Gli si era aperta la gola mentre le gambe nude di una giovane donna seduta dietro di lui lo bloccavano inginocchiato. Forse un bizzarro intrattenimento erotico (il console pareva nutrire un certo interesse per tali passatempi) durante il quale l’uomo aveva emulato uno strumento musicale. Di certo non aveva contrapposto alcuna resistenza. Io lo osservai assecondare la fanciulla senza esitazioni, persino alzando un braccio e permettendole di percorrerlo con i polpastrelli ad evocare la tastiera di un violoncello.

[ventisei] Procrastinare l’esito è facoltà e piacere di ogni autore. Assai meno, si dica e si sappia, ciò riguarda il lettore. Forse solo talune sue incarnazioni riguarda. Del lettore intendo. Ma ai golosi di apocrifi veterotestamentari disposti a sigillare il proprio plauso recente giustapponendo il proprio polpastrello a un tasto e premendolo quando un cursore a sagitta si sovrapponga all’emblema iconico del plauso medesimo (ove – registriamolo non senza percepirci anacronistici – queste mie riflessioni vengano rivelate sulla prosaica quanto profana discendenza impalpabile del libro detta dagli uomini moderni ‘digitale’, catalogo di facce finte, fini facezie e fottuti fatti fuorvianti [Facebook N.d.A.]), ebbene a coloro riservo un nuovo flashback ricavato dal secondo libro delle mie vicende. “Quando ebbi compiuto 365 anni, nel primo mese, nel giorno solenne del primo mese, ero solo nella mia casa: piangevo e mi affliggevo con i miei occhi. Mentre riposavo nel mio letto dormendo, mi apparvero due uomini grandissimi come mai ne avevo visti sulla terra. Gli uomini mi dissero: ‘Coraggio, Enoch, non avere paura. Il Signore eterno ci ha mandati da te ed ecco, tu oggi sali con noi al cielo’. Gli uomini mi alzarono di là e mi sollevarono al settimo cielo. Là vidi una grande luce e tutte le milizie di fuoco degli angeli incorporei e gli Ofanim che stavano brillanti ed ebbi paura e tremai. Mi mostrarono da lontano il Signore seduto sul suo trono. Tutte le milizie celesti, radunate per gradi, avanzando, s’inchinavano al Signore. Il Signore chiamò Vereveil uno dei suoi arcangeli che era abile a scrivere tutte le opere del Signore. Il Signore disse a Vereveil: ‘Prendi dei libri dai depositi e consegna un calamo a Enoc e dettagli i libri’. Vereveil si affrettò e mi portò dei libri screziati di smirnio e mi consegnò un calamo dalla sua mano. Mi diceva tutte le opere del cielo e della terra e del mare e i movimenti e le vite di tutti gli elementi e il cambiamento degli anni e i movimenti e le modificazioni dei giorni e i comandamenti e le istruzioni e la dolce voce dei canti e le salite delle nubi e le uscite dei venti e ogni lingua dei canti delle milizie armate. Tutto ciò che conviene imparare. Vereveil mi disse: ‘Siediti, scrivi tutto ciò che ti ho esposto’. Il Signore mi chiamò e mi mise alla sua sinistra più vicino di Gabriele e io adorai il Signore. Il Signore mi disse: ‘Tutto ciò che hai visto, o Enoc, ciò che sta fermo e che si muove e che è stato compiuto da me, io te lo spiegherò prima che tutto ciò fosse all’inizio, tutto ciò che ho creato dal non essere all’essere e dall’invisibile al visibile. Neppure ai miei angeli ho spiegato il mio segreto, né ho raccontato loro la loro composizione né hanno conosciuto la mia creazione infinita e inconoscibile e io a te la spiego oggi*.” Scrivendo la creazione la scrittura imparava a creare. Io che scrivevo la nutrivo di esistenza. Venni invitato a consegnare agli uomini i libri scritti dalla mia mano. Essi li avrebbero letti e così avrebbero conosciuto il creatore di tutte le cose e avrebbero compreso essi pure che non c’é un altro all’infuori di Colui che siede sul Trono. Avrebbero distribuito i libri scritti dalla mia mano ai figli e i figli ai figli e da parente a parente e da generazione a generazione. E quando il Signore mi disse che gli uomini avrebbero infine rifiutato il suo giogo e che avrebbero preso un altro giogo e avrebbero seminato semi vuoti e avrebbero adorato déi vani e avrebbero rifiutato la sua autocrazia e tutta la terra sarebbe stata gravata di iniquità e di ingiustizie e di adulterii e di idolatrie, allora mi disse che avrebbe portato il diluvio sulla terra e la terra stessa sarebbe stata distrutta in un grande pantano. Ignorava, Lui, che il più meritevole di ogni castigo sarei stato io? Come poteva ignorarlo? Nutre Egli, forse, il proprio agire di ironia?

* dal Secondo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Libro dei segreti di Enoch”)

[ventisette] Un piccolo animale compare in questo luogo. Agli uomini piace chiamarlo ‘gatto’. Fortunatamente ignorano come esso chiami loro. È una giovane femmina l’esemplare che mi guarda empatico. Non fui io a condurlo qui. Ignoro chi lo fece. Forse giunse varcando la soglia del balcone sventrata dal lanciagranate all’inizio di questa vicenda, scavalcando ringhiere e parapetti, osando cornicioni. Equilibristico. Gatti di ceramica, gatti reali, agenti giapponesi il cui nome ospita gatti. Gatti ovunque in questa storia. Comunque sia giunto quest’ultimo gatto, chiunque lo abbia introdotto (un malinconico autore turbato dall’esito del proprio perturbante pomeriggio?) questa notte lo implorai di consolarmi. Sussurrando l’implorazione verso la sua sagoma esigua quanto agile. Esso, allora, mi si accostò. Indulgente verso la mia solitudine, a nome di tutto ciò che vive attraversando il mondo in cerca di cibo e amore, lambendomi mi perdonò.

[ventotto] Ebbe ragione (forse parlò di me) quel bardo anglosassone che fece dire a un demone figlio di strega e mezzo pesce di nome Calibano, rivolto al proprio Signore “Tu mi hai insegnato il linguaggio e ora io so maledire”.

[ventinove] In piedi, nudo integrale, incorniciato dai lembi di un muro squartato, ali d’arcangelo dispiegate, agenti operativi appartenenti ai più importanti servizi segreti internazionali che mi tengono sotto tiro, inquadrandomi negli acuminati mirini, una scomoda sedia di design vuota alle mie spalle, un laptop esausto appoggiato sul tavolo innanzi alla sedia di design, una gatta nelle mie mani che guarda con me verso la notte incerta e curiosa dell’esito dei nostri destini: sono un figo. Lei se ne frega di me. Ciò non attenua di un’inezia il mio essere figo. Ho i piedi nudi appoggiati su pezzi di vetro frantumati. Ho deciso di non sanguinare. Refrattario alle circostanze. Ho alcuni minuti prima dell’alba per farmi conoscere, per farmi riconoscere, per farla invaghire di me, per farmi amare. Per farle percepire quanto io sia figo. Intanto il mio efficiente Golem del Mossad va compiendo la propria opera. Uccide ispirato dalle bibliche piaghe d’Egitto filtrate da “L’abominevole dottor Phibes”, film del ’71 diretto da Robert Fuest in cui Vincent Price fa fuori un tot di persone interpretando fantasiosamente le piaghe suddette. Probabilmente lo ha visto in TV durante l’adolescenza. L’agente americano in B1 viene dissanguato (terza piaga: il sangue). All’agente turco in A3 viene infilata la testa nel freezer sino a congelarla (settima piaga: la grandine). L’agente cinese in A2 viene divorato da locuste una volta sedato, denudato e cosparso di liquido zuccherino assai apprezzato dalla nostra adorabile Schistocerca Gregaria (ottava piaga: le locuste). Quando l’agente israeliano ha concluso i preliminari e viene a trovarsi dietro le spalle di Neko, agisco. Volo attraverso la notte e giungo innanzi a lei. Lei non mi spara ma si alza in piedi abbandonando ogni arma. Mi fronteggia. Quando allungo un braccio sopra la sua spalla non mi ostacola. Posso così cancellare la prima lettera della parola che il Golem reca sulla fronte. EMET (verità) diviene MET (morto). Il mio servitore si accascia al suolo esanime. Non ho tempo per tributargli gratitudine. Neko mi guarda negli occhi. Allora sfodero il mio, il suo, il nostro Whitman per sorprenderla e conquistarla. “Questa è la forma femminile, un nembo divino ne emana dal capo alle piante, e attira con una violenta attrazione irresistibile, mi sento attratto dal soffio, quasi altro non fossi che un imbelle vapore, tutto scompare tranne noi due, / Libri, arte, religione, tempo, la solida terra visibile, e quanto si sperava dal cielo, si temeva dall’inferno, sono ora consunti, / Pazzi filamenti, incontrollabili radiazioni promanano da essa, parimenti incontrollabile la reazione, / Capelli, petto, fianchi, piega delle gambe, negligenti mani che cadono in completo abbandono, anche le mie abbandonate, /Riflusso sferzato da flusso, flusso da riflusso sferzato, carne d’amore che inturgida e deliziosa duole” Terminai così “Come vedo l’anima mia riflessa nella Natura, / Come vedo attraverso una bruma, un Essere d’inesprimibile compiutezza, sanità, bellezza, / Vedo il capo ricurvo, le braccia incrociate sul petto, vedo la Donna..”. Mi chiede chi cazzo io sia. Con queste precise parole “Chi cazzo sei?”. “Ho tremila anni e settanta nomi” rispondo. “Fui Enoch, figlio di Jared, uomo e scriba tra gli uomini. Poi divenni Metatron. Arcangelo e scriba tra gli arcangeli. Se avessi letto il terzo libro di Enoch sapresti che ho settanta nomi, corrispondenti alle settanta lingue del mondo e tutti si basano sul nome Metatron, Angelo della Presenza, ma il mio Re mi chiama ‘Gioventù’ (Na’ar). Sedetti a lato del Trono. Il Santo, benedetto Egli sia, ha aperto a me trecentomila porte di intesa, trecentomila porte di finezza, trecentomila porte della Vita, trecentomila porte della grazia e gentilezza amorevole, trecentomila porte d’amore, trecentomila porte di verità, trecentomila porte di mansuetudine, trecentomila porte di manutenzione, trecentomila porte di misericordia,
trecentomila porte di paura del cielo. In quel momento il Santo, benedetto Egli sia, ha aggiunto in me la saggezza alla sapienza, intelletto ai comprensione, sottigliezza verso sottigliezza, la conoscenza alla conoscenza, pietà verso la misericordia, l’istruzione verso l’istruzione, l’amore verso l’amore, gentilezza amorevole verso infantile gentilezza, bene alla bontà, mitezza verso mitezza, potere ai potenza, forza al forza, potere alla potenza, brillantezza fino a brillantezza, bellezza verso la bellezza, lo splendore verso lo splendore, e ho avuto l’onore e il dono di tutte queste cose buone e lodevoli più di tutti i figli del cielo. Ed Egli fece crescere le ali su di me, 36 su ogni lato. E ogni ala era come il mondo intero. Tutte queste cose il Santo, benedetto Egli sia, fatto per me: mi ha fatto un trono, simile al Trono di Gloria. Ed Egli sviluppa su di me una cortina di splendore e l’aspetto brillante, di bellezza, grazia e misericordia, simile alla tenda del Trono di Gloria; e su di essa sono stati fissati tutti i tipi di luci nell’universo*”. “E tu cosa cazzo vuoi da me? Io volevo farti fuori, questo è chiaro, ma tu hai tutta l’aria di volere qualcosa da me visto che mi hai salvato dall’ebreo”. Rivelo ciò che adesso va rivelato “Quando giovinetta guardavi Cassiopea e confrontavi il disegno delle cinque stelle con i nei sulla tua spalla guardavi me. Il mio trono era tra quelle stelle proprio nella porzione di cielo che adornavano. Io ti vidi e principiai ad amarti. Ora sono qui per averti. Ho rinunciato a ciò che mi fu dato, al più grande potere dopo quello di Colui che siede sul Trono, per essere qui con te. Vulnerabile. Arreso. Lontano dalla Gloria e dal Trono. Mai più immerso nella sua luce, neppure da questa lambito”. Il silenzio che prepara la sua battuta sembra eterno persino a me che sull’eternità so coltivare piante da balcone, disporre soprammobili, fare surf. Poiché anche l’eternità è destinata a concludersi, la sua battuta arriva “Onnipotente, onniscente, onnipresente coglione [dice “coglione” in giapponese N.d.A.]! Come cazzo fai a non sapere che sono fidanzata e che non mi frega nulla di te”. “Il tuo fidanzato non esiste più. L’ho privato dell’esistenza”. “Lo hai fatto fuori?”. “Più o meno”. “Allora io faccio fuori te”. Lei si tuffa verso le sue armi mentre io rimango immobile. Lei afferra un’arma qualsiasi e la usa contro di me. Io rimango immobile. Anche il gatto di ceramica che osserva la scena è immobile. Il gatto vivo invece scappa velocemente altrove. I proiettili espulsi dalla sua arma penetrano nel mio corpo e lo fanno sanguinare. Io rimango immobile. Il colore del mio sangue è differente dal colore del sangue umano ma la funzione dl mio sangue è pressoché la medesima. Identiche le conseguenze di una emorragia. Intingo il dito nel mio sangue, mi avvicino a al muro più vicino e vi scrivo (consapevole del fatto che quanto scrivo accade):

* dal Terzo libro di Enoch (apocrifo dell’Antico Testamento noto anche come “Apocalisse ebraica di Enoch”)

[trenta] “Lo scrivere abbia fine”.

[epilogo] Sul sedile posteriore dell’auto noleggiata che Neko guida verso l’aeroporto c’è un libro di Tadeusz Kantor dimenticato da qualcuno e trascurato dal personale della Hertz che avrebbe dovuto pulire e predisporre l’auto per il successivo cliente. Gli agenti operativi scelgono solitamente crossover o SUV potenti ma dall’aspetto rassicurante, preferibilmente dall’inclinazione familiare. Il regista teatrale polacco morì l’8 dicembre 1990 a un mese dalla prima dello spettacolo che avrebbe portato sulla scena alcuni incontri importanti della sua vita (Vsevolod Mejerchol’d, Maria Jarema, Jonasz Stern). La collera per una prova generale non riuscita gli procurò un arresto cardiaco. Lo spettacolo fu ugualmente rappresentato e al centro della scena venne collocata una sedia vuota. Altrove, accanto a un cadavere alato, un dito sporco di sangue ha tracciato sul pavimento le parole “Il SUV esce di strada”.

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