Colei che abita la clessidra

Dasha Zhukova in Bjarne Melgaard's chairSappiate che l’attesa è sete di colei che abita la clessidra. Di lei che nella clessidra nacque di profilo. Di lei che la clessidra seppe arredare. Di lei che nella clessidra nuota verticale. Di lei che dalla clessidra mai uscì sino a questa sera. Chiedo il permesso di innamorarmi di lei. Il vetro della clessidra rifrange la voce poiché il vetro della clessidra è materia tecnica maschile. Il vetro viene creato nell’opificio crudele. Il vetro non viene mai amato dall’artefice. Pur aborrendo la retorica ella concede il permesso di innamorarmi di lei. Lo dice ma non lo sento. Quindi, sino alla fine di questo testo, non lo saprò. L’enigma è come abbia saputo rispondere a una domanda che a sua volta non ha udito. È seduta sul fluido che trasla da una camera all’altra della clessidra. Il cui livello scema gradualmente decretando il trascorrere del tempo e della vita. Il fango nella clessidra è composizione ottenuta di tre elementi. Il primo elemento è la polvere uscita dai camini di tutti i campi di sterminio del Novecento. Il secondo elemento è le lacrime di tutti gli amanti che hanno pianto attendendo una telefonata durante la porzione di Novecento in cui la telefonia era disponibile e diffusa. Il terzo elemento è il piscio di Colei che abita la clessidra. Non potendo pisciare fuori ella ci piscia dentro. Ella piscia dentro la clessidra per tutto il Novecento. Un secolo che sa ricorrere nel testo come pochi altri. Allora tutto si amalgama e impasta. Di qui il fango nella clessidra. Degli stili di nuoto esibiti da colei che abita la clessidra tratteranno le rubriche sportive dei principali libri sacri. Ciò che a noi importa è rilevare la sua nudità e l’avvenenza progressiva. I due motivi che mi siedono di fronte alla clessidra a contemplarne contenuto e implicazioni. Quando ella appoggia la mano sul vetro io premo la mano sul vetro e ritengo ciò un segno che significa e dice. Per questo inizio ad amare. Mi giustifico innanzi a me stesso e alle autorità competenti rispetto al mio avere iniziato ad amare. So che iniziare ad amare comporta conseguenze. So che l’effetto domino sugli edifici del centro direzionale farà vittime e numerose tali. Ma ho iniziato ad amare da una mano premuta sul vetro oltre la quale apparve colei che abita la clessidra. Ha un libro tra le mani. Sul frontespizio reca “Registro degli accadimenti rilevati dall’inizio del Novecento alla fine del Novecento”. Ogni pagina è un manoscritto di uno dei geni, dei potenti, delle vittime, degli irrilevanti e dei tiranni del Novecento. Ogni testo è autentico e autografo. La collezione è quasi completa. Manca un esoterista tradizionalista di destra, un luminare di una farmacologia risolutiva e poco altro. Fu il nonno a donarle quei fogli e le parole che ospitano. Esce dalla clessidra ma non può. Una volta fuori potrebbe dire tutto ma non dice nulla. Ha compreso che l’amo e sa come sfruttare la circostanza. Mi saluta allontanandosi. La saluto dall’interno della clessidra. E nuoto e muoio e piango e piscio, da questo disperato istante, anch’io.

Possiede un nome. Non è Rasa. Neppure Arsa. Piuttosto Sarà.

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