Venere nel supermarket

ImmagineKate Moss scolpita da Marc Queen

Venere nel supermarket non esiste ma cammina ugualmente. Quando cammina gli dei ctonii osservano vibrare le proprie mense, i propri troni e tutti, ma proprio tutti, i propri complementi d’arredo. Ogni suo passo conta il tempo residuo concesso agli abitanti albini delle grotte, degli orridi e delle catacombe più fresche. Quando ella sosta e afferra un flacone di anticalcare per decifrarne l’etichetta, Ade sussurra a Persefone la possibilità che il Regno-senza-luce sia risparmiato dalla veemenza dei suoi tacchi. Furono ricavati dall’epistrofeo dei Titani. Lei li usa così.

Accade presso la testata di gondola perfetta. Qui alcun prodotto è superfluo. Qui ogni prodotto salva o cura o, nella peggiore delle ipotesi, lenisce. Venere nel supermarket si manifesta immobile, come irridesse allo scaffale di cosmetici che osa fronteggiarla. Il coro delle creme idratanti afferma mediante inequivocabile polifonia che la perfezione non è suscettibile di incremento alcuno. Le molecole d’aria giustapposte ai suoi jeans attillati se ne fottono della dinamica dei fluidi e fanno l’impossibile per rimanere dove sono. Riuscendovi. Io la vedo. Ella vede me e vede tutto. Tutto le si sottomette. Gridiamo d’essere suoi.

Le parlo genuflesso. I miei legamenti crociati hanno abdicato innanzi alla dea dagli occhiali verdi. Domando di rivelarmi chi sono. Venere nel supermarket rivela che sono l’adepto mediocre di una dea che fa la spesa. Propongo di amarmi o dissolvermi. Alcuna risposta viene pronunziata. Ella si è già voltata verso una confezione di zucchero di canna grezzo del commercio equosolidale e ride afferrando una confezione di zucchero bianco raffinato di brand multinazionale collocata accanto alla confezione menzionata in precedenza. Si allontana sussurrando, udibile e udita, che equità e solidarietà sono affare umano che non s’attaglia punto all’epifania del nume. Altera come piace a me.

La filodiffusione inietta nel parallelepipedo prefabbricato ove il supermarket giace, ditirambi licenziosi. Dioniso non se ne avvede o tollera. Sono gli scaffalisti i primi a denudarsi. Lo fanno senza criterio. Trascurano i bottoni classici e i bottoni a pressione, gli alamari come le zip. Alcun reggipetto verrà oggi slacciato secondo le convenzioni e il decoro. Le vesti vengono divelte dalla superficie dei corpi che ne sono ospitati. Talune con tale furore da apparire dissolte. Brani di tessuto cotone 60% acrilico 30% e 10% viscosa si adagiano ovunque. Coriandoli di dissolutezza ansiosa. Mentre gli scaffalisti principiano a danzare senza criterio e forma, la percussione dei ditirambi raggiunge le cassiere. Rimosso immantinente lo slip, ciascuna si sdraia sul nastro trasportatore della cassa giustappondovi il pube. Determina la massima velocità premendo il pulsante deputato e preme col peso e la voglia il proprio fulcro sulla macchina. Dei versi che la sua gola produce converrà tacere. Venere nel supermarket batte il tempo col piedino. Che è divino.

Il box informazioni e accoglienza implora di divenire pulpito pagano. Concesso. Il microfono per gli avvisi alla clientela permette alla sua voce (che non è una voce ma la vibrazione del bacino di centomila satiri impegnati a violare simultaneamente e preferibilmente da dietro la castità di centomila ninfe) di penetrare attraverso l’ipotalamo di ciascuno trasmutando in secreto endocrino. Invita quella a prelevarmi e a condurmi a lei. Eseguito. La fotocopiatrice Canon 5665 domanda di divenire altare. Si fa. È fatto. Libagioni di latte, olio, miele e incenso vengono versate sull’apparecchiatura xerografica da officianti scelti tra i più solerti capireparto. Quindi il mio corpo con la mia mente e la mia sensibilità all’interno viene adagiato sulla vetta dell’altare e spogliato di quanto lo avvolge. Venere nel supermarket, sfiorando con l’unghia dell’anulare il mio ventre, vi verga la parola πελάτης.

Non c’è descrizione o narrazione o scienza o arte umana capace di dire cosa accadde allora dentro di me e al mondo. Da quell’istante, tuttavia, il numero dei miei punti-fedeltà divenne infinito e i codici a barre iniziarono a chiamarmi per nome.

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