Apokalypsis à la page: il prequel di “Apokalypsis pour homme”

AALP

Un’attrice e due attori in scena. Dietro di loro una scenografia fatta di luce. Qualcuno fa musica appropriata quando è il momento.

[Sigla iniziale dove i musici ci danno dentro e si capisce che si sta per assistere a uno spettacolo molto epico e molto strambo]

[Deimos entra in scena indossando l’elmo da oplita accompagnato da un riff che ne mette in luce la straordinaria virilità guerriera, poi toglie l’elmo e parla]

Deimos [Colonello Perelman di “Apokalypsis pour homme”]: Allorché schiere di armigeri si frantumano reciprocamente corazze e ossa inscatolate nelle corazze stesse, intorno a quelle ossa destinate ad essere frantumate c’è un uomo terrorizzato dalla prospettiva di morire in battaglia. Qui intervengo io. Il mio nome è Deimos. Sono il terrore.

[Phobos entra in scena indossando l’elmo da oplita assecondato da un sound che ne sottolinea la smodata ferocia in combattimento, poi toglie l’elmo e parla]

Phobos [Maresciallo Olbrecht-Tyteca di “Apokalypsis pour homme”]: Allorquando battaglioni di soldati desiderosi unicamente di tornare a casa dalle mogli e dai figli a sorbire caldi brodini di pollo si massacrano vicendevolmente privandosi della possibilità di tornare da mogli, figli e brodini, intuendo che il massacro è imminente provano molta paura ma solo per poco, poi la morte. Qui intervengo io. Il mio nome è Phobos. Sono la paura.

[Enio entra in scena accompagnata da un gingle che ne asseconda la classe innata, il fascino travolgente e l’innata attitudine al raggiro, si posiziona tra Deimos e Phobos e parla]

Enio: Ragazzi c’è una questione da affrontare con una certa urgenza.

Phobos: Prima ci si presenta.

Enio: L’urgenza è tanta.

Deimos: La prassi impone presentarsi.

Phobos: Fallo come sai farlo.

Enio: [con furore, dopo un profonda inspirazione, mentre il sottofondo musicale fa cagare sotto lo spettatore] Quando la terra si impregna di sangue del guerriero e per mille anni il grano che affonda le radici in quella terra beve quel sangue e i popoli che si nutrono del pane che da quel grano immerso nel sangue ha tratto le farine che ingloba e sono farine impastate nel sangue quei popoli ringraziano gli dei per il pane e non sanno che quel pane è pane di sangue e terra dove il guerriero ha urlato prima di soccombere, io sono lì a fare quello che devo e mi piace fare perchè sono Enio e di mio fratello Ares sono l’arma più feroce di cui al dio della guerra spettò disporre. [calma] Può andare così?

[Deimos e Phobos, intimiditi dalla furia di Enio, la invitano con un cenno a esporre la questione]

Enio: [preoccupata] Con tutta probabilità non saremo più noi a gestire le cose.

Deimos: Di qualunque cosa si tratti sembra una prospettiva rilassante.

Enio: Per nulla tale. Si abdica piuttosto. Ci si ritira sommessamente e si lascia la sedia sgombra affinché il culo altrui si segga.

Phobos: A chi si lascia cosa affinché quale culo di chi?

Enio: Il volgere dell’Era degli accoglienti Olimpi a favore del prevaricatore monoteistico giudaico-cristiano.

Phobos: Di lui si parla dunque. Ancora di lui.

Deimos: Quegli ipocriti cristiani non potranno fare a meno di noi a lungo. Avranno pure un dio solo che contempera il potere di innumerevoli divinità ma quegli starà seduto nel centro del cielo immerso nell’alito tiepido delle preghiere che salgono lungo le caviglie e le cosce, appagato. Ebbro di ciò. Chi si occuperà allora del pargolo avvolto dal grembo della madre custodendolo, chi del ruscello che scorre paziente guidandolo, chi della criniera fluttuante nella corsa orientandola, chi della schiuma curiosa dell’onda solleticandola, chi della felce emulante la mano configurandola, chi del desiderio nutrendolo, chi della saggezza apprezzandola, chi del sonno somministrandolo, chi del sogno dipingendolo, chi della guerra ordendone il compimento letale? Gli dei lo hanno fatto sin’ora. Ci richiameranno presto a prenderci cura di ciò che senza di noi è solo e vuoto. Andrà tutto in vacca. Di Helios. Comunque in vacca. Nostro padre Ares, parlo di tuo fratello, il dio più audace e vittorioso che abbia sferrato colpi letali sotto le mura di Troia, non lo permetterà.

[inizio digressione di Phobos circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #1: Phobos” accompagnata da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Phobos [rivolto al pubblico se ce n’è]: Visto che Deimos ha tirato in ballo la questione ne approfitto. Nessuno, meglio di me, può infatti fare chiarezza circa le gloriose gesta di mio padre Ares durante gli eventi bellici che rammentiamo e tramandiamo come “Guerra di Troia”, le cui cronache un poeta cieco, dal mediocre talento ma sostenuto da un marketing incalzante e foraggiato da oligarchie occulte prive di scrupoli, manipolò piegandosi alle esigenze di una propaganda faziosa dietro la quale tanto si sa chi c’è e non fa neanche bisogno di dirlo. Ebbene Ares guidò personalmente la mortale lama di Ettore contro numerosi guerrieri achei, uccidendo nell’ordine Teutrante, Oreste, Treco, Eleno, Enomao e Oresbio. Perifante lo massacrò da solo mentre Ettore si sistemava uno schiniere slacciatosi sul più bello. Dire fiero è dire poco quando ci si riferisce a mio padre sicuro nel condurre tutto intorno alle mura di Troia la sua quadriga nuova di zecca tirata metaforicamente a lucido e tirata concretamente dai suoi quattro cavalli immortali che sbuffavavano respiro di fuoco bruciacchiando le terga dei nemici in fuga e i peli della barba dei nemici barbuti. Dire splendido è dire poco se lo rammentiamo nella sua armatura di bronzo concepita specificamente per riflettere i raggi di Helios tutto intorno come se il sole stesso avesse deciso di scendere in campo per dire la sua sulla questione dibattuta. Dire spaventoso è dire poco se al carro, ai cavalli e all’armatura aggiungiamo tutti noi intorno a menare fendenti. Dire letale è dire poco quando immaginiamo la lancia di Ares balenare quasi fosse uno strale di Zeus mentre infilza nemici accodati come lo spiedo del barbecue imporrebbe a una sequela di tacchinelle. Non c’era scampo per nessuno. Hai voglia chiedere pietà poveri pavidi Achei. Se escludiamo la meschina propaganda del poeta cieco alla fine dobbiamo riconoscere che delle vicende di Troia si ricorda l’impeccabile condotta vittoriosa di Ares, la sua fierezza, il suo valore e pochissimo altro che manco lo si ricorda bene. Che poi il patetico poeta menomato menzioni un certo Diomede che avrebbe scagliato una lancia colpendo mio padre e mettendolo in fuga, impone di fare visita a questo aedo nell’Ade per spiegargli – spingendogli a calci dentro l’orbita vuota un obelisco di granito facendoglielo entrare proprio bene in fondo fino a quel cervello morto – che gettare fango sul nome del più valoroso degli dei guerrieri potrebbe comportare qualche conseguenza non del tutto piacevole oltre a compromettere sensibilmente la percezione diffusa della propria attendibilità.

[fine digressione di Phobos circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #1: Phobos” accompagnata da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Enio: Ares non interverrà.

Deimos: Dovrà farlo.

Enio: Ares non interverrà.

Deimos: Dove sai essere nostro padre?

Enio: Ares non interverrà.

Deimos: Cosa vai dicendo dea dei massacri?

Enio: Dico che Ares ha disposto sia approntata la nave che lo condurrà presso i Traci. Nella porzione di quelle terre che gli spetta. Mi ha consegnato il suo cane dalle sei dita affinché lo accudisca e lo puoi vedere qui accanto a divorare l’aria per non perdere la consuetudine. Anche Atena pare dissolta.

Deimos: Il dio della guerra sanguinaria e la dea della strategia militare, coloro i quali avrebbero potuto condurci alla vittoria contro l’Usurpatore, entrambi fuggiti. Ares in Tracia persino, dove le genti cantano ancora i suoi inni, lasciando campo libero al Signore delle croci. Gli uomini privilegiano le chiese ai templi e il dio senza volto agli dei il cui volto polimorfo ogni cosa rispecchia. Tutto sembra suggerire l’opportunità di una resa che preservi dal soccombere. Senza templi e tabernacoli ed erme di noi non sarà nulla. Nulla sarà se le offerte non ci saranno più tributate.

Phobos: Fingerò di non udirti pronunciare la parola “resa”.  Se anche fossero gli ultimi scampoli dell’Era dei figli di Ares e Afrodite, trastulliamoci un’ultima volta coi passatempi che ci dilettarono tanto. Togliamo la maschera fratello crudele e mostriamo il volto di centomila aculei che ne è celato. Vibriamo percussioni delle membra come magli selvaggi sulla roccia delle montagne più dure per annunciare che Deimos e Phobos discendono verso la pianura e di ogni città che inerme li attende faranno recinto di contenzione disperata, alveo di terrore senza respiro e ultimo definitivo macello di quanto vive. Non ci sacrificheranno più cani come Ares ha insegnato loro si deve? Noi, allora, sacrificheremo loro come i cani che sono.

Deimos: Taci e rifletti fratello spietato.

Phobos: Rifletti tu che io sento l’odore del piscio che scivola lungo le gambe delle mie vittime future.

Deimos: Le cose non sono come appaiono.

Phobos: Dubita pure che avverto il suono del piscio di una folla mentre diviene fiume.

Deimos: Questa resa è incomprensibile. Che Ares “Il distruttore di uomini”, che Ares “L’assassino di uomini”, che Ares “Colui che è macchiato di sangue”, che Ares “Colui che assalta le mura”, che Ares “Il brutale” sia in Tracia a bere idromele è certo ma del motivo sia lecito domandarsi.

Phobos: Domandati e risponditi quanto vuoi che il piscio dei popoli divenuto fiume ora si fa lago e tosto il lago si fa mare e presto saprà sommergere il mondo se il terrore che gli uomini e le donne fa pisciare nelle vesti sia quello che io porterò tra loro. Sia quello che io diventerò ancor prima di averlo detto. Sono o non sono figlio del guerriero immortale che a Troia vide la terra, il cielo e i mari tremare facendosi pavidi al suo urlo di battaglia?

[inizio digressione di Deimos circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #2: Deimos” accompagnata come di consueto da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Deimos: L’urlo di battaglia di nostro padre Ares innanzi alle mura di Troia fu effettivamente quanto di più spaventoso i guerrieri Achei abbiano udito nella circostanza. Sul valore delle sue imprese Phobos è stato dettagliato ed esauriente per cui non ci sarebbe molto da aggiungere. Non posso non avallare anche le critiche costruttive mosse da mio fratello nei confronti di questo Omero che gira voce non sia nemmeno mai esistito. Si tratterebbe infatti dello pseudonimo utilizzato da un gruppo di pressione o lobby – sospetto vicina alle posizioni di Atena – impegnata nello screditare la figura di mio padre. La stessa Atena non sarebbe inoltre estranea all’episodio del ferimento da parte di Diomede, figura peraltro secondaria, di cui si ricordano prevalentemente patetici tentativi di conquistare Tebe riusciti solo per una serie di circostanze favorevoli. Venendo al punto: la lancia di Diomede fu in vero scagliata. Carro notevole, armatura in ordine, lancia efficace e noi a fare quello che dovevamo fare. Ma la lancia fu scagliata. Lo fu senza forza particolare, rimarchevole destrezza o mira ineccepibile, ma la concentrazione richiesta a mio padre dalla necessità di tenere a bada una ventina di divinità schierate con gli Achei mediante la mano sinistra e di arginare l’impeto di alcune centinaia di eroi Achei con la mano destra, per forza di cose non gli consentì di scorgere il giavellotto in arrivo e di prevenirne l’impatto. Se poi aggiungiamo che stava prendendo a testate un carro nemico e in equilibrio su di un piede solo calciava con l’altro una torre da assedio, il quadro è completo. La lancia avrà pure fatto centro ma chi al suo posto l’avrebbe evitata? Rispetto al fatto che sia fuggito a gambe levate sull’Olimpo per piangere dietro le sottane di Afrodite come l’omerico calunniatore sostiene, potete venirmelo a dire in faccia quando volete.

[fine digressione di Deimos circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #2: Deimos” accompagnata come di consueto da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Phobos: Tutto questo parlare di piscio non poteva non farmene fare del mio. Che scorra fino alle pendici dell’Olimpo dunque, e giunga ai piedi di quei due figuri che vi si avvicinano e paiono litigiosi.

Deimos: Enio. Ci fossero cose nascoste le sveleresti a noi della tua stirpe?

Enio: Come puoi dubitare della zia?

[intermezzo musicale paradossale che fa venire voglia di sentire il resto ma anche no]

Phobos: Allora si va a tormentare qualche popolo?

Deimos: Cessa di latrare Phobos e considera questo: senza Ares e Atena a condurre le civiltà d’Oriente e Occidente le une contro le altre, il mondo sarà pacificato. Nessun conflitto. La quiete. Per sempre.

Phobos: Schifosa pace per sempre? Si dà a vomitare persino il cane di ferro effigiato sulla mia ègida.

Deimos: Tale piano ha concepito il nuovo dio unico: mai più la guerra. Ogni popolo fratello dell’altro. Le genti che collaborano alla costruzione di una nuova età aurea.

Phobos: Si occupi di annientarci il re dei cieli pallidi. E lo faccia presto perché del suo mondo, prima che il settimo mese trascorra, non lascerò nulla vivente.

Deimos: Ci combatterà. Prima ci adulerà. Offrirà un contraccambio. Vestali. Ricchezze. Poteri. Ritenendoci ammansiti ci combatterà. Enio che ascolti immutabile ed enigmatica, cosa sai o trami? Dillo.

Enio: Accarezzo questo animale che accompagnò Ares e divorò al suo comando. Osservo due villani che laggiù, poco scostati dalle pendici dell’Olimpo, si disputano scioccamente uno stadio di terra infertile e grigia dove seminare sorgo.

Phobos: Lascia i villani disputare che nemmeno ci riguarda. Che ti disse nostro padre al colloquio che aveste?

Enio: Dettagli ai margini della contrattazione.

Deimos: La contrattazione col dio unico?

Enio: Quella.

Phobos: Diccene l’essenza e dopo i dettagli pure.

Enio: Fammi rammentare.

Deimos: Tu rammenti ma tergiversi.

Enio: Sbagli dio guerriero.

Phobos: Fossimo noi due quei dettagli.

Enio: Si menzionò qualcosa in effetti.

Deimos: I nostri nomi.

Enio: Ecco qualche luce sul ricordo.

Phobos: Odoro il vapore dell’inganno che si diffonde.

Enio: Tutto questo discorrere mette sete che conviene lenire.

Deimos: Berremo quando avrai detto.

Enio: E i due villani laggiù si azzuffano come i galletti della Cappadocia. Pare uno di loro sanguini. Ciononostante continuano a discutere anche menandosi. L’eloquio loro mi sorprende. Paiono versati nella retorica e nella sofistica.

Phobos: Guarda qui che di laggiù non ce ne cale.

Enio: Forse mi sovviene qualcosa ma prima si beva se no la bocca arida produrrà solo sibili di basilisco.

Deimos: Allora si beva tutti che di parlare occorre tanto e ancora.

[bevono tutti durante un intermezzo musicale paradossale che fa venire voglia di bere anche al pubblico qualsiasi cosa ci sia da bere]

Enio: L’acqua fresca mi fa tornare parola e memoria. Ora vi dirò le cose che accadranno.

Phobos:[ironico] Hai consultato gli aruspici di recente, zietta?

Enio:[cambia tono divenendo cupa e minacciosa e la musica fa di nuovo cagare sotto lo spettatore che aveva appena finito di cambiarsi] Ora taceranno le bocche che non sono la mia. Quanti parleranno saranno morsi dal mio cane che lo aspetta.

[Deimos e Phobos tacciono sorpresi dalla metamorfosi di Enio]

Enio: [feroce] Il dio unico ha prevalso. Gli dei molteplici hanno rinunciato a opporsi quando i popoli si sono voltati verso la croce che quegli idioti di Romani hanno creduto risolvesse la questione e adesso si trovano appesa ovunque a rammentare che il paganesimo e l’Era delle narrazioni è giunta al termine. Colui che ci ha vinti prima che iniziassimo a combattere ha richiesto due condizioni per non dissolvere ogni traccia del nostro nome e della nostra immagine. Nome e immagine. Quanto di più prezioso abbia l’uomo come la divinità. Quanto gli necessita affinché si sappia chi è ed egli stesso lo sappia. La prima condizione: ciascun dio sarebbe tornato alla terra da cui proveniva. Perciò ad Ares spettò la Tracia. La seconda condizione: affinché la fede in Lui non decada, occorre che peste, carestia, distruzione e morte non smettano mai di sancire che l’uomo è fatto di dolore ardente e di null’altro da questo, e che solo a Lui possa appellarsi per trovare sollievo. Ma Lui non ha tempo per organizzare e gestire complicate faccende che sporcano le mani e i piedi se ti ci metti a trafficare. Non ti sbagliavi prima, Deimos, indicando gli dei come custodi perfetti delle cose, dei fenomeni e degli accadimenti. Allora, secondo gli accordi, alcune divinità minori asseconderanno per l’eternità l’incessante e ciclico perpetrarsi della sofferenza nelle forme che l’uomo conosce. A voi questo ruolo nel campo che vi spetta per natura, indole e lignaggio.

Deimos: Tu sai. Tu fai. Tu, avverto, sei lo strumento del compiersi di quanto hai descritto.

Enio: Lo sono Deimos.

Phobos: Dirti meretrice è adularti.

Enio: Mi insulti senza ferirmi. E dal tuo sguardo individuo che già non comprendi più chi insulti. Forse lo stai dimenticando?

Deimos: Cosa bevemmo da quelle coppe, ingannatrice? Cosa vi versasti, lercia secrezione d’ulcera d’erinni?

Enio: L’acqua del Lete che dona l’oblio. Anche agli dei, se necessita. Dimenticherete chi siete e combatterete in eterno, ripetendo ogni gesto senza sapere che accade e come la macina di un mulino nel suo incessante ruotare procurerete il nutrimento all’odio degli uomini. La ferocia del fratello sarà rivolta verso il fratello. Nel mio teatro di nessun’altro, dove alcuno potrà divenire bersaglio del vostro furore innato, sarete a dilettarmi e quando vorrò giocherò con voi e quando mi stancherò di guardare accarezzerò il mio cane indicandogli i due sciocchi che siete.

Deimos: Bevesti tu pure.

Enio: Ti sputai dentro l’elmo la bevanda.

Phobos: La fine dei tempi fermerà tutto questo? Potremo salvarci allora?

Enio: La vostra immortalità garantisce di protrarre il mio diletto assai a lungo. Un giorno, tuttavia, degli esseri che popolano oggi il mondo rimarrà solo quello più ripugnante e affamato. Una minuscola larva di mosca, moltiplicatasi in milioni di milioni di esemplari, divorerà, crescendovi all’interno, i corpi degli umani caduti nella battaglia definitiva. Io, allora, non potrò più giocare con voi e farvi le coccole poichè di quel popolo strisciante sarò regina. Questo il mio compenso per il tempo trascorso a  badarvi. Forse voi proseguirete all’infinito a disputare senza che nessuno vi veda. Senza che alcuno lo sappia neppure.

Phobos: [depresso] Ai figli di tuo fratello fai ciò. Ai figli del campione di Troia.

[inizio digressione di Enio circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #3: Enio” accompagnata ancora una volta da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Enio: Secca incrinare il pathos dell’epilogo ma sulla questione “gesta di Ares a Troia” conviene a tutti dica la mia. Dell’obiettività di Deimos e Phobos credo vi siate fatti un idea da soli. A Troia c’erano sul serio, così come c’era Ares. Ma tutti e tre erano più usi frequentare i bordelli degli ufficiali piuttosto che il campo di battaglia. Carro, armatura e lancia pare che Ares non li abbia trovati più uscendo da un lupanare nudo come un tritone. Poiché nella circostanza abusò pesantemente di vino d’Aleppo, il fatto che la lancia di Diomede lo abbia colpito e tramortito non sorprende nessuno. Qualcuno lo portò di peso all’Olimpo dove rimase in infermeria sino alla caduta di Troia. Questo è quanto. Alla fine Omero non c’è andato nemmeno pesante. Lascio proseguire il pedante Deimos.

[fine digressione di Enio circa le imprese di Ares durante la guerra di Troia intitolabile “La verità circa le gesta di Ares a Troia #3: Enio” accompagnata ancora una volta da musica e luci atte a creare un’atmosfera soft/lounge/confidenziale]

Deimos: [assai depresso] Come puoi fare questo a noi?

Enio: Sì. Non è costume. Allora vi darò un nome diverso in ogni epoca così mi parrete estranei. E affinché tutto questo colpire e ferire e mutilare e uccidere sia condito dalla varietà e dalla modernità che necessita.

Deimos: [gravemente depresso] Dove saremo imprigionati. Quale segreta o antro dell’Ade hai predisposto?

Enio: Nessuna segreta o tugurio infernale. Ruoterete intorno al pianeta che gli uomini di un tempo senza dei e senza più misteri, chiameranno come il dio della guerra.

Phobos: [depressissimo] Rispondi infine che l’ombra dell’oblio tosto mi coprirà intero. Chi erano quei due villani Enio. Dillo prima che dimentichi di avere domandato.

Enio: Erano il vostro riflesso, lesto nel precedervi.

[sigla finale durante la quale lo spettatore capisce che lo spettacolo epico e strambo cui ha appena assistito è finito, si chiede che cavolo voleva dire il drammaturgo con questa roba, oppure non se lo chiede e va svelto a casa dal partner a dirgli “La prossima volta sto a casa con te a farci le coccole”]

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