Servus callidus & servus currens

Joseph Losey nel 1963 adatta per il cinema The Servant di Harold Pinter e Dirk Bogarde lo asseconda in modo così sublime e morboso da farci venire voglia di servirlo. Dedico questo piccolo testo a Marzia Marengo che, “giocando” con me, ne ha orientato lo sviluppo.

Quando l’Imperatore è stanco di masticare un boccone di carne di cinghiale, io termino di masticarlo per lui. Quando l’Imperatore trascura le proprie concubine provocandone l’ira, io vengo percosso dalle concubine in vece sua. Quando l’Imperatore viene colpito, in guerra, da una freccia di balestra scagliata dal nemico, io muoio al suo posto. Sarò pure un servo, ma vivo accanto all’Imperatore.

Talvolta l’Imperatrice accusa l’Imperatore di crudeltà nei confronti del suo servo. L’Imperatore ribatte affermando che un servo è un servo e la sua vita non avrebbe significato se non fosse vissuta nei vincoli che il ruolo di servo impone. L’Imperatrice si domanda quale significato avrebbe la vita dell’Imperatore qualora il suo servo cessasse di adempiere al proprio ruolo. Quindi se sarebbe mai esistito un Imperatore in un mondo privo di servi. Infine se, in quelle circostanze, sarebbe mai stato affiancato da un’Imperatrice. Allora l’Imperatrice mi fa prendere a calci dal Comandante della Guardia Imperiale.

Talvolta l’Imperatore viene sorpreso nell’atto di lucidare argenti e spolverare porcellane presso i saloni del palazzo imperiale. Talvolta l’Imperatrice intrattiene me, un servo, oltre l’orario conveniente presso l’ala del palazzo che le è riservata. Talvolta gli stallieri si stupiscono di trovare l’Imperatore nelle scuderie intento a rimuovere gli escrementi dei purosangue che ne sono ospitati. Talvolta gli strateghi dell’esercito imperiale chiedono a me, un servo, di dirimere una disputa sorta nelle fasi cruciali della battaglia circa la condotta da intraprendere. Talvolta l’Imperatore ed io, incrociandoci lungo un corridoio del palazzo, esitiamo un istante prima di decidere chi dei due debba prostrarsi innanzi all’altro e a chi dei due sia consentito procedere ignorando l’uomo prostrato sul marmo del corridoio come non gli spettasse neppure un residuo di dignità.

Deciso a garantire che sopravvivenza e integrità dell’Impero siano preservate grazie a una guida degna, qualora egli venisse a mancare, l’Imperatore chiama a sé i tre figli e me, il suo servo. Ordina quindi a ciascun figlio di compiere immediatamente l’atto che il cuore gli suggerisce, qualunque esso sia, per affermare la propria superiorità rispetto a un servo. Il primogenito mi colpisce con veemenza. Il secondogenito ordina a un soldato della guardia reale di colpirmi. Il terzogenito, che verrà prescelto per guidare a suo tempo l’Impero, mi induce a colpire me stesso.

Ciascuna mattina di ogni giorno della vita che l’imperatore mi concede, reca con sé  l’invocazione: “Possa l’Imperatore perdonarmi quando non so servirlo come egli deve essere servito. Possa l’imperatore punirmi quando non merito il suo perdono. Possa la giusta punizione dell’Imperatore lasciarmi nel corpo solo quelle facoltà necessarie a rendere il servizio che spetta e si appropri pure di ciò che non occorre. Possa rimanere di me, integro ed efficace, solo quanto fa di me il servo dell’Imperatore. Il resto non mi appartiene. Il resto non ha esistenza alcuna”. Lo pronuncio con devozione come fossi rivolto a un nume.

Ora riposo per raccogliere le forze necessarie a servire di nuovo. Ora dormo quelle poche ore in cui non sono servo. Quindi mi sveglio e mi vergogno per non essere stato servo durante il sonno. Allora mi riaddormento determinato a sognare di servire poiché nessuna interruzione è giustificabile e mai tollerabile.

Le spie dell’Imperatore segnalano una congiura di palazzo. La notizia turba l’Imperatore che teme per la propria vita, teme per la vita dei propri figli e teme per i destini dell’Impero. Egli riunisce i membri della Corte che ritiene fedeli e li mette in guardia. Stermina quanti sospetta appartengano al novero dei congiurati, le famiglie di questi, ne confisca i beni e ne infanga il nome. Quando è certo di non correre più alcun rischio si siede, mi chiede una coppa di sidro e io gliela servo dopo avere controllato sia fresca come solitamente gradisce. Il veleno che vi ho versato agisce in fretta. Altrettanto in fretta il nobile che ha ordito la congiura si fa nuovo Imperatore, si offre di ricompensarmi ed io, dopo un diniego, solerte comincio in questo nuovo giorno a servirlo.

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