Evangelium Extreme [1]: “Il primo testo sacro consigliato ad un pubblico adulto”

Ci si prostra, volentieri, innanzi a Astor & Pollux di Shawn Feeney.

Alla creatura prodigiosa spettano usualmente scherno e persecuzioni. Ma nel tempo in cui la natura è turbata da eventi cataclismatici solo un essere si dice, e verifica, disporre delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Quegli è il mostro. Piuttosto il profeta. Consideratolo come preme fare, avemmo anche noi, esseri osceni e miserrimi, il nostro messia e il nostro vangelo. Ma ciò non fu sufficiente a generare un nuovo credo, poiché il primo non seppe proporre e il secondo – di conseguenza – contenere, alcuna speranza di salvezza. Egli volle comunque accanto discepoli che gli sopravvivessero, affinché quanto fatto e quanto detto non fosse dimenticato. Affidò loro un libro privo di misura, avverso alla prudenza, che potesse dire qualcosa e tacere molto ma, soprattutto, suscettibile di interpretazioni interminabili, come si conviene a ogni testo sacro e a ogni burla efficace.

Il risveglio mi trovò al centro di un’arena sconosciuta e rovente, i sensi colmi di un dolore così acuto da non avere memoria di simile ne speranza di tollerare oltre. Le mie membra impegnate a dibattersi tra i vincoli di corda e ferro che due carri guidati verso mete opposte traevano allo scopo di lacerare il mio essere.

Non ricordavo eventi che potessero avermi condotto in quella infelice landa dove due forze ignote, opposte ma solidali, compivano il proprio crudele lavoro. Portando la mente alla sera precedente non rammentai nulla di estraneo alla consuetudine: un bicchiere di nettare con un amico loquace, l’incrocio di sguardi con l’avvenente moglie di un funzionario ministeriale provvidenzialmente ebbro, le pagine malinconiche di un libro di Von Icarus sull’oblio dei numi arcaici, un pensiero inquieto e un proposito eroico da tradire e replicare il giorno a venire prima del sonno tranquillo. Nulla di avventuroso, nulla di criminoso, nulla di incline alla sfida nei confronti di una qualsiasi autorità o potere che avrebbe potuto decretare  in sanzione il supplizio che mi dilaniava.

L’evidenza suggeriva che nottetempo ignoti sicari, somministratomi un narcotico, avessero prelevato il mio corpo dal giaciglio e mi avessero condotto incosciente presso l’arena. Qui disponendo maglie di catena e spire di corda per vincolare i miei polsi e le mie caviglie a due straordinari convogli.

Il dolore mi impediva di riflettere oltre. Il persistere e l’acuirsi del dolore mi impediva di applicare la ragione ai dettagli di ricordi ed evidenze. Gridai e mi contorsi. Indirizzai lo sguardo offuscato dal patimento sui due carri e sui loro aurighi che, con me e alcune pariglie di cavalli, esaurivano la schiera degli esseri senzienti presenti nell’arena.

L’immane forza dei palafreni veniva trattenuta con scrupolo per non causare la mia morte immediata. Insieme si elargiva briglia onde mantenere l’intensità del supplizio su di una soglia definita. Poco oltre questa la coesione dei miei tessuti sarebbe stata vinta e spenta la mia vita. Oppure no: forse i destrieri venivano spronati con accanimento omicida e solo la  pervicace resistenza delle mie fibre sapeva momentaneamente camuffare un’esecuzione da supplizio.

Il tormento compromise l’equilibrio del mio senno al punto da farmi dubitare di avere vissuto istanti differenti da quelli trascorsi nel patimento che gli aurighi, infaticabili, sapevano imporre. Ciascuna delle mie metà, pur di ottenere sollievo, giunse a progettare che la regola del supplizio decretasse il suo compimento. Ma le fibre del mio essere, per un attaccamento ostinato alla vita, non si risolvevano alla resa. La sola gloria possibile risiedeva, in quelle circostanze infelici, in un ulteriore respiro, nel raggiungere il successivo istante di esistenza.

Sospettai convenisse rilassare i muscoli impegnati a contrastare l’ostinazione dei carri e lasciare che si allontanassero dal centro dell’arena portando con sé, ciascuno, la porzione delle mie membra cui aspirava. Mi soccorse tuttavia l’immutato gusto del sotterfugio, dell’ingannare le avverse circostanze e l’innumerevoli volte maledetto domani.

Ero desto, ma senza il patimento a gridarmi nelle tempie ne avrei certamente dubitato. Poiché allora vidi gli aurighi.

Il braccio e la gamba destra apparivano vincolati a un carro candido, forgiato nel legno di sandalo e nell’oro, il cui cocchiere aveva le sembianze di scabro asceta, coerentemente impegnato nel mantenere la fronte corrugata in configurazione sapienziale e gli occhi serrati. Il volto armoniosamente adornato da un sorriso, le orecchie lunghe come pipe cingalesi. Uno scarabeo giaceva immobile al centro dell’arcata sopraccigliare. Gli indumenti poveri e perfetti che ne avvolgevano il corpo conservavano ovunque una distanza di 2,8 centimetri dalla pelle senza mai arrivare a profanarla con un contatto. Il suo nome iniziava con la lettera ‘S’, e in Oriente sapeva di essere venerato.

Seguendo con lo sguardo la linea delle catene vincolanti braccio e gamba sinistra scorsi un veicolo corvino condotto da un libertino avvezzo alla spavalderia e dai lembi della bocca atteggiati in sagacia. Il carro di questi, appagato dal dilaniare la mia parte lunare con ganci di ferro rugginenti, le tagliole, le morse e le ganasce vincolate da catene a maglie elissoidali, sfaldava le mie membra condotto dall’auriga in marsina nera e cappello a cilindro con la cui sobria foggia borghese interferivano tre fori grazie ai quali le teste di altrettante serpi – una rossa, una nera e l’ultima gialla – si affacciavano dal copricapo sulla realtà per osservare minacciose interlocutori e vittime. Gli stivali dell’auriga attrezzati di speroni: d’osso il destro, di corno il sinistro. Il naso aguzzo e impertinente sosteneva occhiali rettangolari affumicati, a celare gli aneliti alla sopraffazione di quello sguardo. Il suo petto avvolto da una bianca camicia che emergendo dal collo e dai polsi della marsina cadeva con sette volute digradanti in opacità, quali nubi accodate in silenzio in attesa di versare le proprie salive uggiose. Le punte degli stivali, pronunciandosi innanzi, terminavano aguzze come aghi, alternandosi nel pungere le terga dei due cavalli, spronati in questo crudele modo a profondere le proprie energie nel traino. Il suo nome iniziava con la lettera ‘S’, e in Occidente era un nome temuto.

Il fatto che i nomi di entrambi gli aurighi iniziassero con la lettera ‘S’ è una semplice coincidenza o riveste qualche importanza nella nostra narrazione? Il lettore si intrattenga pure a formulare ipotesi se ne ha modo e intenzione.

Fu lambendo il margine della mia vita che, con parole deformate dal gemere, implorai i due cocchieri di risparmiarmi o di porre fine comunque al mio martirio. Allora essi, uno dopo l’altro, espressero opinioni e proposero iniziative. Anche la parola – oltre il supplizio – divenne così strumento di persuasione. Anche tramite la parola ciascuno cercò di portare la parte di me cui aspirava presso la regione di esistenza cui sosteneva appartenesse.

Mi rivolsi innanzitutto all’auriga ctonio. “Terrifico Signore” esordii “mi sono destato alla vita con le vostre catene allacciate ai nervi. Non ricordo come tutto questo sia cominciato e se abbia avuto un inizio. Sospetto che il vostro intento sia benevolo, o almeno confortato da ragionamenti sensati. Tuttavia l’effetto della vostra caparbia azione è una perenne lacerazione poiché, come vedete, non siete il solo a vincolarmi e a sottomettermi a una costante, inquieta trazione. Potrei chiedervi di cessare l’azione, di attenuarne l’impeto, ma sospetto che ciò che accade sia determinato dalla natura stessa delle cose, e non da un accidente. Permettetemi comunque di chiedervi ragione del vostro persistere e dell’accanirsi doloroso sulle mie carni. Tributatemi almeno una spiegazione. Ditemi da quale fine è guidato il vostro persistente tentativo di scindere il mio essere”.

L’auriga inquieto si pose in equilibrio su un piede tenendo le briglie con la punta aguzza dello stivale e parlò, ma in luogo di una spiegazione ricevetti un invito: “Vieni con me in città, amico dell’esperienza e dell’imprevisto! Vieni ad assaggiare gli umori delle donne della città! Vieni a guardare da vicino la parte tagliente dei colli spezzati delle bottiglie che gli uomini della città brandiscono e fanno oscillare accanto alle sopracciglia degli inermi! Appoggia l’occhio sul vetro dove è più tagliente! Non tremerà la mano al gentiluomo armato, ma la terrà ben ferma per riguardo nei tuoi confronti. Vieni a bere di ogni cosa, perché in città ogni specie di fluido scorre abbondante e ti potrai detergere e dissetare e potrai scoprire nuove sorgenti, fresche e copiose. La prospettiva dell’incontro col vetro non ti renda pavido. È vetro lambito da vini preziosi e amici della dimenticanza e dell’attimo folle. È vetro ancora impregnato di quei nettari che presto meticcerà con sanguini e sputi delle sfide più selvagge, con avventori di ogni risma, avvezzi a complotti e volgarità per stirpe e inclinazione. Ma nella danza di cocci, uncini e coltelli c’è più vita che in ogni altra animazione, poiché lì i sudori sono figli delle paure vere, e i sanguini dell’aprirsi vero delle vene, e gli occhi rotolano a lungo con leggiadria, rimandando i riflessi dei legni vecchi e consumati, ebbri dell’ultima immagine di donna comperata che hanno assaporato. È qui l’autentico, è qui l’osare dell’ultima ora in cui potrebbe essere consentito farlo. Taverne benedette, lupanari amatissimi, segrete eccitate, covi di popolazioni impossibili da scorgere durante il giorno, se non a strisciare fuori di botole e ad aggrapparsi a grondaie per sostenere ginocchia incerte dentro pantaloni e sottane sporche di umori di stomaco.”

Rinunciai a domandare ancora. La sua voce chiamava ed era impossibile non udirla ed era impossibile non desiderare ogni cosa essa descrivesse come fosse l’unico anelito degno di essere perseguito, per sempre, sino alla conclusione, sino alla catastrofe. Più ancora dal momento che proseguì in questo modo.

“Benvenuto nel tuo sonno. Io ne sono accolto e vi abito. Scrupoloso mi protegge ed io vi scorazzo badando a non avvicinarne alcun confine. Non voglio certo cadere oltre. Sono il parassita che si annida e prolifera dietro le tue palpebre chiuse, nel tempo in cui ti vince la necessità del riposo. Non sono tuttavia solo: qui è il desiderio che non rivelasti alla moglie perennemente ignara, alla madre soccombente, per tacere del confessore, nelle cui vantate virtù mai potesti credere. Qui con me è il tuo agognare l’illegittimo, il riprovevole, il criminoso. Qui con me è la tua empietà, e stai certo che annoiarsi in sua compagnia è assai arduo. Dissi di proliferare, ma ciò non riguarda alcun fatto riproduttivo, ciò riguarda il godimento pasciuto che accompagna le mie giornate, che sono poi le tue notti. Io so di te. Ora ti rivelo il fatto.

Buongiorno, quindi, ipocrita. La notte ti mostra, questa come tutte le altre. A me solo, dico con rammarico. Sapessi tu esprimere un lembo appena dell’autentica tua natura non ti sbatterei il mio fiato sulla tempia. Ma tu non fai alcun tentativo, neppure cauto, neppure celando il gesto. Nelle notti dell’inverno, dove il gelo sconsiglia di testimoniare ad alcun misfatto, tu non sei. Negli anfratti occulti delle mura dei borghi infami, dove si celano tagliaborse e miserabili agonizzano dimenticabili, tu non sei. Nei bilocali in foggia di anfiteatro per ludi gladiatori, dove le membra saltano via più in fretta delle lacrime e con esse gareggiano in gittata, tu non sei. Eppure qui dovresti essere, eppure qui non sei. Sei in due luoghi, per contro. Il primo di questi è la finzione, il secondo di questi è il sonno, e qui è la verità orribile e taciuta. Non tuttavia a me. Io con la tua verità inganno il tempo, tu con la tua menzogna inganni punto.

Non ti so giudicare, non mi appartiene alcuna morale sociale. È il sotterfugio a non garbarmi. Qui sì e là no! Il mio biasimo trova le parole nella convenzione ma il solo giudizio che intendo metterti in mano è sempre il medesimo. Qui sì e là no!

Sono il parassita del tuo rilassamento, io posso dire chi sei, poiché ti vedo quando cadono gli abiti ortopedici che schiere di carpentieri hanno forgiato per occultare l’empia configurazione delle tue membra. Con quelli addosso pari il cittadino occupato e solerte, con quelli ti si addice la responsabilità, solo quelli trattengono a stento la matassa di vermi che ti alberga i polmoni. Io ti vedo.

Il crimine si tace. Tutta un’esistenza rimarrà celato dalle tue misurate abitudini. Crepa pure irrealizzato ma la terra ospiterà la decomposizione di un rimpianto di ottanta chili. Il crimine si coltiva nel sonno, mentre nella veglia si innaffiano i gesti irreprensibili. Ma tu, ora, non sei felice.”

Se funi e maglie non mi avessero trattenuto sarei crollato in ginocchio.

“Chi sono mi chiedi? Direi d’essere il crocicchio della speranza, l’ultimo allarme prima dell’eternità, il volo. Sobrietà cristallina tuttavia mi appartiene. Dico quindi d’essere la riflessione psicotica. Ti parlo dal sonno poiché solo nel sonno sai parlare a te stesso raccontandoti la storia dei tuoi umori endocrini. Non farne aromi per grappe finché sai ancora essere atavico. Nasci ancora domattina, questa volta per sempre e nella verità del tuo male. Vivine la capacità di portarti in viaggio, vivi l’improvvisazione.

Domattina lascia che io ti parli una volta sorto il sole. Impadroniamoci della veglia. Diffondiamoci nel diurno ebbri di luce e clamore. Fai che sia l’ultima notte di vigliaccheria. Domattina alzati fischiettando melodie trionfali e assalta la mediocrità. Sii palese, assolto, libero. Come potrai essere tale se ho detto ‘empio’ riferendomi a quanto ti propongo di divenire? Impiegavo il lessico della veglia per consentirti di comprendere, ma la tua eccitazione ti rivela, e tosto mi affretto, in luogo di quel termine ormai accantonato, a dire ‘glorioso’.

Ricordami nel tuo sonno di infante. Già proliferavo, già dominavo le distese di ovvietà in cui veniva forgiata la tua innocua figura. Coltri su coltri a occultare e contenere, ed io a scavarvi cunicoli in cui deporre le mie uova. Generai stirpi di idee malsane che la mediocrità tenne al caldo durante la neotenia. Credettero di renderti definitivamente loro, ma io ti aravo le spire cerebrali con un rasoio rugginente trainato da larve di locusta. Sapesti odiare ma oltre il confine della tua pavida calotta cranica non scaturì alcun gesto. Sapesti desiderare ma oltre quello stesso confine non fu posseduto nulla. La visione del vero ti atterriva e ciò ti impedì di comunicare alla realtà ciò che volevi, ciò che eri. Allora nel sonno hai posto un grumo di argilla e lo hai manipolato, e hai plasmato un volto, e con quel volto tu stesso hai guardato e parlato. Altri personaggi hai generato dalla materia umile. Con questi hai popolato il sonno. Un giorno sei sceso nella strada e hai attraversato la città che il tuo sonno ormai ospitava. Quindi sono arrivato io, ed è cominciato il divertimento. Finalmente una casa, agi borghesi e, soprattutto, compagni di scorribande!

Cammino nel tuo riposo gentile mio ospite, e ti prendo a calci l’interno delle palpebre. Dovrai un dì aprirle e mostrarmi a quanta parte di reale ho diritto. Sputami allora dall’orbita sinistra e lasciami aggrappare alle mucose di ciò che agogni. Sono il desiderio, mai opportuno, mai legale, mai morale, mai appagabile, mai sazio, mai savio. Sono desto, io, pur abitando il sonno del pavido cui mi rivolgo. Inoltre conosco l’attesa e non la temo, ma vi indugio quanto è opportuno, purché anche un solo istante prima della chiusura del sarcofago io possa morsicare le dita ipocrite del sacerdote benedicente, impadronirmi dell’aspersorio e con esso diffondere sperma sull’abito da cerimonia di ogni intervenuto.

‘Malsano’ è ciò che essi temono ed è ciò che noi amiamo. E ciò che temono essi sedano. Concepiscono farmaci per sconfiggere il loro nemico, poiché ne temono la forza, poiché sanno che una tale audacia può scardinare le certezze cui sono ancorati. Hanno studiato come uniformare il reale sino al punto da non dover più temere nulla, e quando viene lanciato l’allarme della presenza del ‘malsano’ accorrono ad innaffiare il nemico di urine farmaceutiche atte ad attenuarne l’impeto. In cerchio a pisciare sul futuro per renderlo uguale al presente e non sia mai che sfugga una possibilità di cambiamento o di semplice dissonanza. E pure si dicono savi nel perpetrare ogni fatta di crimini, ma il loro lessico ne estirpa le cancerose peculiarità: ‘progresso’ e ‘libertarismo’ e ‘tecnica’ per connotare ogni loro privilegio nel castello dignitoso dell’Occidente. E pure sono savi quando le loro vittime si contaminano a milioni di giustizieri virali e si trastullano con mine anti-uomo e caccia dismessi. Ma qui no! Qui non si può! Qui ti succhi il farmaco e vai a letto presto e ti tieni la testa tra le cosce della nutrice catodica che ti tiene buono e ti allatta tutta la notte mentre papà e mamma si intrattengono con gli amici sulla complessità del reale e sulle sfide della moderazione. Potessi castrare l’Occidente quanta dolcezza donerei al pianeta!

Occidente padre mio e carnefice di chiunque, ti omaggio di prostrazioni degne del tuo lignaggio e del prestigio imperituro conquistato brandendo alabarde con vangeli incisi sulle due facce sibilanti a frantumare le ossa di genie. Ti omaggio padre mio e ti riconosco formatore adeguato ai crimini cui indugio. Mi addestrasti al genocidio ed io mi applicai scrupolosamente alla sua perpetrazione. Mi addestrasti a celare le cause dei miei crimini, poiché ‘essi non sono pronti’, ed io inventai ogni sorta di nobile questione, di genetico avallo, di urgenza collettiva. E oggi mi diverto con i braccioli del trono costellati di interruttori collegati ai capezzoli e agli inguini di orfani, sindacalisti, oligofrenici e dissidenti assortiti. Sii fiero della mia veemenza e del ritmo sapiente con cui suono i tasti dell’istrumento dolente, ottenendo da quegli anacronistici sconfitti melodie dissonanti ma gloriose per il regno tutto. ‘Abbiamo raggiunto un compromesso!’ gridò lo scudiero inculandosi la figlia dodicenne del vile fattore dalle membra testè diffuse in un’area di 60 aste quadrate. ‘Mi si consenta di intervenire!’ disse il vassallo inclinando la leva che privava della possibilità di riprodursi e di pisciare da uomo il servo maldestro. ‘Le condizioni di salute del Santo Padre non destano tuttavia preoccupazioni!’ disse l’abate riempiendo di petrolio le viscere della giovine rifiutatasi goffamente di indulgere in oblazioni di pelvi e di bocca.

Intervistato, uno dei torturatori così commentò l’accaduto: ‘Ci turbò la sua serenità, allora pensammo di porvi fine’. Siamo dunque occidentali e ci piace divertirci in gaiezza e chiasso composto, di che dunque dovremmo vergognarci? Ma di nulla mio sodale, di nulla affatto!

Cortei di giovani disposti in coreografiche simmetrie di fronte al palco della scienza nel giorno in cui le si tributano onori e finanziamenti, che è il primo, l’ultimo e qualunque altro tra questi.

E col tuo retaggio ti stupisci d’esser pavido. Un poliziotto, un medico e un prete al capezzale della mia dignità e avrei paura anch’io. Ma la speranza residua è nella patologia, ed è la scelta notturna della dissidenza che rappresento. Ti ho incastonato una sua filiale nella neocorteccia per contrattare un anelito di emancipazione. Firma dove ti dico io che ne so e ne vedo. Firma qui. Sii desto ed eretto, nella postura e negli attributi, che l’adunanza è prossima.

‘Ho ritrovato l’organo che avevo perduto’ grida infine. ‘Cinque chili di me stesso caduti e rimasti presso un canale di scolo presso il marciapiede del Suk di Nairobi. Zuppo e imputridito, ma definitivamente mio, basta togliergli le cicche e gli sputi e torna nel mio ventre per cantare del sonno e di ciò che in esso si può compiere. E si può essere. Ma progetta l’invasione della veglia, quando la paura vi apparterrà come vi appartengono gli intestini che userò per impiccarvi.’

Ti guardi intorno e fatichi a individuare il tuo lignaggio, lo so, esso è infatti celato e rifugge il mostrarsi. Ma solo non sei. Molti confratelli abitano nei pertugi dell’edificio penitenziale, ebbri di costrizioni e vincoli. Sei iscritto e legale appartenenza ti spetta. Sarai riconosciuto, avrai il badge della fratellanza.

Domandi la cura e aneli la malattia? Ti si conduca nelle segrete. Sorridi alla luce e ti ecciti all’ombra? Si saggi la resistenza alle vessazioni. Ancora cammini sul marciapiede rinunciando al canale di scolo? Ti sia data la morte, ciò sancisce la cronicità della tua ipocrisia.”

Così l’auriga tenebroso. E la forza del suo sottrarmi a me stesso divenne incomparabilmente più grande, sostenuta e nutrita di quella voce.

Mi rivolsi allora al suo avversario come si assume un farmaco, per cercare di comprendere quale anelito lo facesse persistere nel tenermi avvinto a quelle funi per strappare una metà di me stesso all’altra. Così domandai: “Voi che non sembrate turbato da rancore, voi il cui volto non sembra essere stato percorso dall’ombra di gesto violento, voi le cui mani sembrano foglie di larice destinate ad accarezzare cieli, nuvole e astri. Come potete recarmi questo infinito penare?” Egli non fece cenno né di capo né di mano quando disse: “Mantieni lo sguardo orientato verso il basso fratello mio. Che il tuo mondo divengano le punte delle tue scarpe e le poche misure di suolo che vedi scorrere sotto di esse mentre cammini. Le pietre, i capelli, le unghie e i mozziconi di sigaretta divengano tuoi sodali e condividine la filosofia, la vittoriosa sottomissione, l’anelito all’indifferenza. Tali esseri hanno imparato a ignorare il desiderio. Solo frequentandoli con assiduità riceverai il loro insegnamento. Insieme non desidererete alcunché, imparerete a bastarvi. Ma anche tale realtà, bada, accoglie pericoli e minacce. Distogli lo sguardo dal copulare degli insetti e dei vermi, ti rammenterebbe l’esistenza dell’anelito all’altro da sé, la lacerazione originaria, ben più letale di quella che ti impongono le mie corde e le catene di quell’oscuro cocchiere che proprio ora ci indica sogghignando.”

Osai ribattere: “Quale vita sarà mai la mia se guarderò unicamente gli sputi e gli escrementi? Quali gioie potrò mai avere? Quali esperienze? Potrò mai dire di avere veramente vissuto se non userò gli occhi per guardare la bellezza, e non userò la bellezza per nutrire il desiderio?”

“Dal desiderio discende l’incompletezza e dall’incompletezza il dolore. Il desiderio è vano e inappagabile. Esso persiste ben oltre il suo appagamento. Desiderare è perdersi. Ritrova il tuo luogo e il tuo tempo, quello che occupi. Il desiderio ti porta altrove e comunque lontano.”

Confuso dal suo ragionamento implorai chiarezza: “Sembri parlare di una pietra piuttosto che di un uomo. Dimmi chi sei e cosa intendi offrirmi se il tuo trascinarmi è un’offerta?”.

Disse allora: “Sono la pacificazione, sono la purezza, sono colui che indica la strada e solo un istante prima di terminarla si volta indietro per guidare altri. Sono colui che non ha bisogno di nulla. Piango per i miei simili ma senza riempire bottiglie di lacrime taumaturgiche da vendere nelle botteghe del quartiere residenziale. Afferra il lembo della mia tunica e ti porterò dove nessuno potrà farti del male. Ma potrai seguirmi solo dopo che avrai smesso di desiderare, poiché ogni cosa che tu desideri pone nelle tasche della tua giacca trecentomila volte il suo peso in forma di impedimento. Per questo da quando infante e poi giovane uomo guardavi ampolle colme di dolciumi, chiome di fanciulle, beni e strumenti, desiderando ardentemente di possedere ogni cosa, allora ti ancoravi al suolo via via che quel sedimento immane continuava a crescere. E guardavi ancora, e desideravi ciò che vedevi, e trecentomila volte il peso del mondo entrava nelle tue tasche e tu non riuscivi a fare un solo passo oltre quel punto. E dicevi di amore, e così credi anche adesso – lo vedo dal tuo sguardo – ma non facevi che nutrire il tuo anelito a possedere, mentre amare è atto scevro da possesso. Nel regno ove ti condurrò se distoglierai lo sguardo dal mondo, amare è attitudine realizzata a considerare chiunque e ogni cosa alla stregua della propria madre. Mentre tu sei aperto all’amore solo quando l’oggetto di tale sentire ti dona armonia, appagamento, rassicurazione, lubrico convitto, vantaggi e la propria avvenenza. Non comprendi l’eroismo e la pacificazione legati allo sforzo di amare quanto è repellente coronato da successo. Ama dunque per primo chi ti rivolge scherno, ama chi ti tradisce, ama un volto ripugnante, ama l’assassino dei tuoi genitori, ama colui che ti sottrae ogni bene, ama chi nell’oscurità decreta la tua rovina, ama il tiranno, ama chi più di ogni altro fine persegue con ogni energia, infinita pazienza, ostinazione inattaccabile, la tua rovina.

Nel vortice dei ruoli e delle identità che la nostra essenza interpreta, ciascuno è stato infinite volte tua madre e in altrettanto infinite occasioni persino Adolfo Hitler. Perché non dovresti amare Adolfo Hitler come hai amato tua madre se non vi è distinzione tra i due ruoli se non discrepanza occasionale, alternarsi ritmato, iterazione ciclica?

Ribatti che il disgusto per il crimine e l’abominio ti precludono ogni afflato sentimentale per il Cancelliere del Reich ma credi veramente che la distruzione parossistica sia meno santa dell’edificazione ponderata? Erri e non sai di errare. Cessi di errare e comprendi di errare quando vedi. Vedi che alla costruzione la distruzione conferisce l’unico senso e rilievo che l’edificio abbia mai ambito possedere: la caducità. Si può gioire solo quando si vede la gioia avere un termine. Senza il suo compimento, che non può non chiamarsi ‘termine’, l’esperienza della gioia viene a sapere di putredine, tedio e niente disidratato. Costruisci una casa sulla collina e distruggila subito senza attendere di abitarvi. Costruiscila di nuovo e affitta un cacciabombardiere per radere al suolo ogni casa sulla collina e ogni collina e ricomincia a lavorare per costuire la città che sogni e fai esplodere la terra che sostiene ogni cosa compresa la città poichè non sarà mai lì che vorrai abitare.

La tua dimora sarà piuttosto il respiro. L’essenza di ciò che sei è il ciclo metabolico della respirazione e accogliendolo come il giaciglio del tuo divenire invecchierai senza mutare, cambierai senza percepire, sentirai senza giudicare. Tra la materia e la mente il respiro si colloca senza chiedere nulla all’una e all’altra, assecondandole e guidandole, offrendo loro l’armonia del suo morbido fluttuare se solo esse sapessero ascoltare.

Una guida che incontrerai presso il respiro ne pronuncierà il nome e ne dirà ogni nuovo nome quando questo muterà. Il nome che si comporrà unendo tutti gli infiniti nomi pronunciati dalla guida sarà la parola respiro.

Allora mangerai riso sui piedi del maestro e di quel piatto e cibo farai occasione di santità.”

Così l’auriga diurno. Nel medesimo lasso di tempo che occorre al pavido per arrendersi io capii di non essere mai stato altrove che nell’arena, mai altrove che nel supplizio. Domandai agli aurighi se fosse così. Risposero insieme che non occorreva rispondere.

Da sempre ove i carri mi spezzano. Di quegli anni che il patimento intrattenne, provo a rammemorare gli eventi più rimarchevoli.

Il primo anno conobbi il dolore. Il secondo anno conobbi il persistere del dolore. Il terzo anno conobbi l’assenza del sollievo dal dolore. Il quarto anno conobbi la speranza del sollievo tradita dall’ineluttabilità del dolore. Il quinto anno conobbi la somiglianza tra il mio dolore e quello d’altri. Il sesto anno conobbi il piacere si prova procurando dolore ad altri. Il settimo anno conobbi le declinazioni infinite del dolore. L’ottavo anno conobbi la sorprendente diffusione del dolore. Il nono anno conobbi l’intensità perennemente incrementabile del dolore. Il decimo anno riconobbi il dolore sul volto di chi mi era accanto simile al mio. L’undicesimo anno vidi il dolore sul volto nello specchio. Il dodicesimo anno vidi un tale provare piacere nel procurare dolore e la sua vittima chinare il capo. Il tredicesimo anno vidi quel tale divenire popolare. Il quattordicesimo anno vidi quel tale amministrare una città. Il quindicesimo anno vidi l’eccitazione sottomessa delle folle di fronte alle manifestazioni del potere di colui che può e sa procurare dolore. Il sedicesimo anno conobbi la donna, e il dolore che avevo conosciuto sino a quel punto mi parve simile a un giaciglio di petali di rosa lievemente velati di rugiada mattutina. Il diciassettesimo anno la donna mi parlò del suo dolore e provai ancora maggiore vergogna per aver chiamato dolore il mio. Il diciottesimo anno conobbi il denaro e capii quale strumento perfetto fosse per perpetrare l’immorale meccanismo del dolore. Il diciannovesimo anno desiderai quello stesso denaro per quello stesso motivo. Il ventesimo anno rifiutai il denaro. Il ventunesimo anno fui schernito. Il ventiduesimo anno finsi di essere come gli altri. Il ventitreesimo anno mi accorsi di essere come gli altri. Il ventiquattresimo anno conobbi nuovamente la donna e, pur rispettoso dell’entità del suo dolore, fui nuovamente sorpreso dall’entità del dolore che sapeva procurare. Il venticinquesimo anno desiderai che l’amore e il dolore terminassero. Il ventiseiesimo anno mi accorsi del persistere del secondo anche dopo aver rigettato il primo. Il ventisettesimo anno rimasi in casa per evitare di incontrare il dolore. Il ventottesimo anno suonarono al campanello per consegnarmi una sua missiva. Il ventinovesimo anno mi risolsi a leggerla. Il trentesimo anno accettai quanto il dolore mi suggeriva nella lettera. Il trentunesimo anno temetti di non riuscirvi. Il trentaduesimo anno affermai per vezzo che accettare il dolore non apparteneva alla mia natura. Il trentatreesimo anno capii, trasalendo, che era proprio così.

Rimasi pertanto trentatre anni a trattenere i due carri nella loro fragile immobilità, impedendo alle ruote di girare e costringendo gli zoccoli dei cavalli a sollevare polvere e a scavare solchi. I due carri avevano combattuto molti anni l’uno contro l’altro per isolare e rendere indipendente e definitivo ciò che pretendevano appartenesse loro. Attimi di prevalere di una forza, seguiti da anni di vantaggio della volontà avversaria, poi l’equilibrio, quindi un nuovo prevalere, quindi un altro differente.

Come ho già detto imparai a desiderare l’abbandono alle forze avverse, il cedimento dei tessuti, la resa. Ma la carne e le viscere sapevano – non si sa come – integrare le lacerazioni, gli sfibramenti e le slabbrature. La carne e le viscere dalla carne contenute conoscevano il modo di tollerare.

I cavalli che ansimavano e grondavano sudore di fronte al carro alla mia sinistra non bevevano da tempo immemorabile, e l’impossibilità di dissetarsi li rendeva ancora più folli e smaniosi di movimento di quanto non facessero le sapienti punture degli stivali del loro auriga. I destrieri alla mia destra trainavano invece con dedizione ed energia composta, consapevoli del proprio ruolo e della dignità dell’ammaestratore a cassetta.

Con il tempo i carri divennero parte di me, le pariglie e gli aurighi stessi principiarono ad alimentarsi dei miei fluidi. Le corde alla mia destra e le catene alla mia sinistra ricevevano ormai il nutrimento attraverso le mie stesse arterie e dal mio stesso sangue erano percorse. Poiché anche i miei nervi, ormai, vi penetravano e ne condividevano percezioni e comportamenti, sento di poter affermare che il mio corpo dilaniato e le catene, le corde, i carri, gli aurighi e i cavalli, non fossero più entità in reciproco confliggere, ma neppure semplicemente indipendenti e separate. Trentatre anni di comunione eccitata e violenta, di coesione patologica, avevano costretto tale cospicuo apparato a mutare in un solo organismo vivente. Ogni meccanismo viveva ed era parte vivente di me. Ma errerei se trascurassi che nella stessa drammatica misura, io divenni parte di quegli apparati.

Mi applicai all’interpretazione della volontà degli aurighi. Realizzai che in realtà nessuno dei due avrebbe inteso danneggiarmi o impormi il supplizio mosso da mera crudeltà. Ciascuno di loro riteneva sarei semplicemente stato più felice nel mondo che egli aveva plasmato a mio beneficio, amava e intendeva farmi visitare, e riteneva che altrove non avrei potuto essere ciò che ero e fare ciò che la mia autentica natura era disposta a fare. Ciascuno intendeva che una parte del mio essere avrebbe meritato di dominare il mio essere intero in ragione di un suo più elevato livello di autenticità e di rispondenza alle mie più innate propensioni. Purtroppo la mia natura si era rivelata poco incline all’univocità e alla scelta, da ciò la lacerazione delle membra e il dolore conseguente e il supplizio dei carri e via dicendo.

Un giorno, all’età di trentatre anni, fui dunque svegliato dal dolore. Alla fine del sonno mi accorsi che la realtà che avevo vissuto era fittizia, simile a malìa di sogno, la contraffazione che le mie membra vivevano in realtà: un supplizio che sin dall’inizio della mia esistenza aveva accompagnato lo scorrere del tempo.

Accadde? Sognai? Fu forse narrato? Qualunque distanza dal reale io possa attribuire a quell’esperienza, posso descriverla solo nel modo che ho scelto e di seguito propongo. Che si propenda per l’allegoria o per la lettera, poco cambia per i miei tendini.

Quando i cocchieri ebbero concluso le prolusioni atte a persuadermi non vidi più le cose del mondo come le avevo viste sino a quell’istante, ma vidi altrimenti. Le sette manifestazioni del vero mi apparvero in forma di allegoria. Vidi la vita e la morte che si davano piacere vicendevolmente mediante la simmetria creata con le bocche e le parti sensibili dei loro inguini. Riconobbi la vita dalle piaghe sul corpo e dalle membra deformi, il capo avvolto da un elmetto militare tedesco e le grandi labbra in foggia di vergine di Norimberga. La morte dalla pelle bianca e perfetta, dalle caviglie sottili e dalle dita delle mani lunghe, tese, aperte, distanti tra loro.  In mano un fazzoletto e un confetto azzurro.

Vidi il dolore che beveva del vino al tavolo di un’osteria. Vidi che sorridendo invitava un avventore a sedere accanto a lui. I due che parlavano tutta la notte di donne, di poesia e di avventura. All’alba l’avventore si alzava rinfrancato dal tavolo, ringraziava il dolore e usciva dal locale.

Vidi un dio crocifisso vestito di lattice e cuoio che ansimava voluttuosamente mentre centurioni in reggicalze lo flagellavano.

Vidi la cornetta di un telefono irto di 66 aculei filettati, impossibile da usare senza ferirsi in maniera atroce. Vidi una popolazione di telefoniste con la mano destra lacerata e una metà del volto sfigurata.

Vidi un coltello entrare nella nuca di mio padre e vidi la mano che impugnava quel coltello e vidi quella scena da una prospettiva analoga a quella da cui avrebbe osservato la sua mano chi avesse perpetrato il ferimento.

Vidi la donna che era la sintesi di tutte le donne che avevo immaginato e desiderato masturbandomi.

Vidi un uomo in piedi con le gambe divaricate che con il membro nell’orbita sinistra di un cane lupo oscillava il bacino ritmicamente cercando il piacere e, da quanto appariva, trovandone. Il cane assecondante tale ricerca.

Tali le considerazioni che ispirò quella visione, tali da non potere non dire a vita e morte, Madri di ogni cosa: “Mirabile contorcersi mie care signore! Apprezzabili evoluzioni, gesti sapienti ed efficaci! È dunque questa la vostra occupazione durante i giorni in cui noi poetiamo, filosofeggiamo, ponderiamo, auspichiamo intorno ai vostri reciproci rapporti, immaginando al più una leale amicizia, ma ignorando il vostro essere in realtà amanti infervorate e passionali che trascorrono il tempo a darsi piacere reciproco, con ragguardevole, simmetrica veemenza. Le puttane sagaci ed astute si nutrono del nostro desiderio, che sanno infiammare e a cui sanno sottrarsi con perfidia perfetta in modo da nutrirlo, da farlo crescere sino ad assumere proporzioni intollerabili. Ciascuna delle astute puttane sa mostrarsi, facendosi raggiungere e lambire, per poi sottrarsi, tutto al fine di alimentare il desiderio nei confronti della sorella/amante/collega, che a questo punto saprà a sua volta mostrarsi, agognata più dell’altra, in quanto soluzione definitiva al desiderio dell’altra. Ma ancora il gioco di celarsi e di mostrarsi continuerà e noi avremo ancora e di più sotto il naso gli odori delle mucose vaginali di vita e morte e l’appetito diverrà insopprimibile e lacerante e vagheremo per il creato esponendo gli organi genitali e cercando impazziti di farli penetrare in ogni anfratto e in ogni pertugio. E allora ci scorticheremo il pube con la roccia e ci fustigheremo le cosce con i rovi, e il nostro seme diverrà un torrente cui si abbevereranno e a causa del quale diverranno deformi animali e piante e tutto sarà fertilizzato dal nostro liquido isterico e i figli del matrimonio tra folle e innocente saranno aridi e malvagi e la nostra decadenza diverrà lo spettacolo cui parteciperete insieme o in alternanza, ma null’altro che voi siamo in grado di desiderare. Voi ingannatrici e artefici dell’illusione che ci fa mettere un passo davanti all’altro in realtà vi amate reciprocamente senza concedere nulla all’esterno, il senso di quel passo riteniamo sia nell’amore che ci concedete, invece quel passo è vano, perché le vostre lingue non sanno esplorare altra cavità che quella della indissolubile sorella. Se neppure voi ci appartenete, che gioco è mai questo, che inadeguatezza è mai la nostra?

Se neppure voi sapete comporre la mia lacerazione, poiché siete immerse nella putredine dell’ambiguità. Invocare una di voi è trovare l’intrigo delle membra di entrambe, quale speranza posso nutrire?

Avevo allora trentatre anni. In quel tempo non mi si poteva dire empio a violare giurisprudenze o consuetudini acquisite, né mi si poteva dire virtuoso a beneficiare i miei simili con atti o lasciti di fatta. Della mia marginale figura non si faceva dunque menzione in alcuno scritto di un rimarchevole valore letterario o documentale. Neppure si sarebbe udito pronunciare il mio nome quantunque ci si fosse impegnati a cogliere aliti in antri, botteghe o cospirazioni. Nulla mi esponeva, ma ugualmente mi riusciva difficile ritenermi convenzionale. Questa era la mia sensazione, e non riguardava, come detto, eventi o atti, ma la percezione delle cose. Almeno mi pareva che difficilmente l’altrui ventre avrebbe potuto ospitare carnevali altrettanto tremendi del mio. Chi mi avesse scrutato nell’animo avrebbe infatti trasalito nel testimoniare di accadimenti tanto drammatici da turbare l’avvezzo agli spettacoli più insoliti. Ma di tanto scempio la mia azione e la mia parola non intendevano tratteggiare neppure vaga sagoma in un consesso urbano. Quindi l’interlocutore avrebbe potuto indirizzarmi un sorriso e il passante ignorarmi senza dubitare della mia ordinarietà.

Dunque camminavo stropicciando ciclicamente l’abito impiegatizio dietro le ginocchia e sotto le ascelle mentre il mio ventre indugiava nell’ospitare un teatro talvolta barocco, sovente grottesco, sempre dolente.

Qualunque distanza dal reale io possa attribuire a quell’esperienza, ho scelto queste parole per mettervene a parte.

Sarei diventato un mostro perfetto. Mi sarei rivolto all’unica possibilità che rimasta per affrancarmi dalla mia schiavitù nei confronti della bivalenza, dell’oscillazione. Avrei fermato il pendolo su una posizione azzardata, spettacolare ed eroica. Sarei dunque stato un prodigio e se avessi trovato qualcuno a me simile in anelito gli avrei offerto la medesima opportunità. Avrei generato dei o mostri o esseri bestiali ma, senza alcuna ambiguità, creature definite, perentoriamente se stesse, dotate di identità assoluta ed eterna, nella realtà o – almeno – nella memoria di quanti sarebbero sopravvissuti alla loro follia.

Ebbene, nel giorno in cui i cittadini di Southern Kono celebrano il sesto bacio (detto “della riconciliazione”) tra Siddhartha e Sade, la mia mente fu pervasa da una sensazione di inquietudine. Estrassi allora la lama del pugnale dalla nuca di mio padre e il pene dall’orbita sinistra del suo cane, mi alzai in piedi e principiai a ponderare. Rimasi immobile 108 giorni. Trascorso tale periodo risi, sputai e decisi di diventare altro. Volli il potere di un dio e l’innocenza di una bestia. Rinunciai dunque all’infamia dell’uomo. A questo scopo ritenni di dover consultare testi opportuni. Prima, tuttavia, mi sedetti un poco a riposare.

La letteratura esistente sull’argomento mi permise di individuare sette tecniche principali segnalate dai dotti quali efficaci nel condurre l’uomo,  il “caduto”, il “ferino”, lo “sconfitto”, il “peccatore”, o qualunque appellativo vi appaia essere il più opportuno, al “ritorno”, all’”emersione”, alla “salvezza”, alla “liberazione”, all’”illuminazione”, alla “santità”, in definitiva all’acquisizione stabile di una natura divina.

Nel seguito fornirò un succinto compendio di tali metodologie per consentire di comprendere quali alternative abbia vagliato prima di arrivare a compiere la mia scelta. Descriverò quale essa sia stata e quali bizzarre conseguenze abbia cagionato.

Segue…

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3 risposte a Evangelium Extreme [1]: “Il primo testo sacro consigliato ad un pubblico adulto”

  1. Pingback: Evangelium Extreme [1] di Ludovico Polidattilo « nevedicarne di cara polvere

    • La tua attenzione e la tua stima sarebbero preziose anche se non ti ammirassi quanto ti ammiro. Ammirandoti tuttavia quanto ti ammiro diventa arduo trovare un parco logistico capace di contenere la mia gratitudine nei tuoi confronti e frustrazioni esistenziali in grado di arginare l’attuale ipertrofia del mio ego.

      • paolalovisolo ha detto:

        grazie ancora a te per portarmi queste parole.
        a rileggerci senz’altro.
        paola

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