Romanzo d’appendice nello spazio tetradimensionale [5]: “Lascia ch’io pianga”

Johann Heinrich Füssli, The Artist in Despair over the Magnitude of Antique Fragments (1778-79). Red chalk on sepia wash. 41,5 x 35,5 cm. The Kunsthaus Zürich.

Il resto, volendo, è qui.

Un abitante della Città ipnagogica simile se non identico a chiunque altro abiti la Città ipnagogica è disteso sul divano del proprio soggiorno ad ascoltare per quarantuno volte l’aria “Lascia ch’io pianga” dal Rinaldo di Haendel senza palesare segni di tedio e/o insofferenza alla quarantunesima reiterazione dell’evento.

Non appena Almirena ha manifestato per la quarantunesima volta la propria disperazione pronunziando enfatica le parole: lascia ch’io pianga mia cruda sorte, e che sospiri la libertà, il duolo infranga queste ritorte de miei martiri sol per pietà, il CD si ammutolisce mestamene, il divano fa appello al proprio comfort, egli si addormenta e, come se non bastasse, sogna.

Risvegliatosi inderogabilmente nervoso si alza dal divano e mosso dall’impulso di chiarire circostanze affatto marginali esce di casa. Non prima d’avere indossato scarpe adeguate e opportuno paltò.

Recatosi presso il negozio entra risoluto. Non prima d’averne aperto la porta mediante manipolazione dell’apposita appendice ergonomica denominata maniglia e averne richiuso alle spalle quanto basta. Ogni negozio prevede il pararsi innanzi al cliente di disponibile negoziante. Il negozio della Città ipnagogica, in questo senso, non fa eccezione.

“Come posso esserle utile?” è la formula che il negoziante ripropone a ogni manifestarsi di cliente. “Ho sognato”. Il negoziante necessita si esca dal vago: “Andava in bicicletta cogli occhi chiusi? Cucinava una torta dalla forma sconosciuta alle geometrie occidentali? Innaffiava assetati gerani sul balcone? Scriveva una lettera al marito prigioniero del nemico? Era moglie, amante o amica?”. Il cliente tergiversa, confuso. Il negoziante comprende che la scena che il nuovo quadro è destinato a raffigurare sarà insolita. Difficilmente incline al realismo.

“Giunge senza che io ne veda il movimento. Si può dire appaia. E’ già accanto. Sa di me. Dice di potermi salvare. Apre le braccia e mi fa sentire il suo profumo. Allora cammino verso di lei che non cessa di attendermi. Non si allontana e mi guida a sé. Cammino ancora e nonostante mi sia accanto cammino a lungo prima di raggiungerla. Troppo. Insinua che il mio camminare possa procedere lungo linee che non portano a nulla. Temo possano portare lontano. Dove prevale il freddo. Dove regna l’oscurità. Chiedo come fare per raggiungerla. In quale direzione camminare per trovare il calore delle sue braccia. Non mi fermo mentre domando. Dice di seguire il profumo. Ignoro a quale profumo si riferisca e chiedo. E’ quello della rosa, rivela. Chiudo gli occhi e seguo il profumo del fiore nominato. Un solo passo e cado nel suo abbraccio. Ho sette anni quando mi abbraccia. Cresco nel suo abbraccio e divento altro. L’abnorme essere destinato al respiro che giungo ad essere non tollera l’abbraccio. Ella si rivela. Mostra una metà in foggia di utero, l’altra configurata in vergine di Norimberga. Ho ventisette anni quando le sue braccia si aprono e l’altro che sono divenuto può allontanarsi. Cammino distante da lei senza smettere di sentire il profumo della rosa. Qualunque cosa io faccia, che ami o rubi o finga di essere uomo, ne sono avvolto. Percepisco quel profumo più forte ogni qualvolta oso, irriso dagli sciocchi, chiamarla madre“.

Il negoziante sorride nonostante abbia compreso che il suo lavoro sarà difficile. O proprio per questo. Nel retrobottega si dispone a dipingere.

Continua…

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