Iper-inferno [8]: “Decarabia”

Serge Reggiani si deforma a causa della propria gelosia interpretando L’Enfer, il probabilmente capolavoro sperimentale di Henri-Georges Clouzot che non vide mai la luce. Il DVD Henri-Georges Clouzot’s Inferno del 2009 permette di intuire ciò che il film sarebbe stato in caso.

Il resto, volendo, è qui.

Desidero invitarvi a riflettere sull’identità dell’autore del libro noto come Hypertartaros. Mai come in questo caso lo studioso si trova innanzi a un inestricabile dilemma che possiamo formulare in questi termini: chi indicare quale autore del libro?

Innanzitutto guardiamo a colui che concretamente è impegnato tutt’ora nella trascrizione di quel testo, il vecchio esausto, chino sulla macchina da scrivere, che potete scorgere oltre quel sigillo esoterico tracciato a terra (sulla cui efficacia conviene soprassedere). Il suo affannarsi lo porta a riempire pagine e pagine di parole che dovrebbero rivelargli chissà quale segreto. Spera addirittura di governare le schiere infernali per guidarle al dominio del mondo e alla sottomissione di quanti lo abitano. Avete mai sentito una scempiaggine di tale portata? Quale immane senso di frustrazione potrebbe mai condurre un uomo a elaborare un piano così dissennato? E soprattutto: per raggiungere il proprio obiettivo egli sembrerebbe costretto a scrivere quanto i demoni che lo cingono d’assedio paiono sussurrare. Ecco allora una selva di prolusioni, sfoghi, dicerie, sonetti, vaniloqui, inondazioni logorroiche, eruzioni autoreferenziali, straripamenti monotematici. Comunque sia: sono questi demoni (ammesso che siano reali piuttosto che abitanti immaginari di una mente turbata) gli autori del libro, letteralmente infarcito delle loro riprovevoli gesta e riflessioni, oppure la paternità è da ascriversi al vecchio?

Come se non bastasse l’anziano scribacchino ha pure deciso di raccontare la propria storia nei tempi morti. Le vicende che vanno accumulandosi rivelano l’esistenza di un Hypertartaros preesistente ab aeterno, pressoché indecifrabile in quando suddiviso tra messaggeri soggetti a dispersione temporale e geografica. Ecco allora che il libro si riempie di nuovi potenziali autori-veicoli, uno più improbabile dell’altro: lo scrittore imprigionato e condannato per crimini contro la realtà, il barone uxoricida e folle attualmente impegnato a fare la guida al museo delle opere d’arte esposte esclusivamente nel suo cervello, il tizio che prima entra in coma ma una volta risvegliatosi costruisce un giardino e lo farcisce di sculture grottesche che nasconderebbero un’allegoria. Naturalmente, poichè le cose non risultano ancora abbastanza complicate, il testo che le statue del giardino custodiscono, per essere compreso, richiederebbe di essere interpretato con regole che quanto scrive il poeta e dice il barone rivelano. Nientemeno. Calma, per favore.

Se poi vogliamo dire le cose come stanno non è poi così chiaro se le vicende biografiche di Goldwasser facciano da cornice all’Hypertartaros o ne siano contenute. Il lettore che pazientemente cercasse di dipanarne l’inutilmente complesso intreccio potrebbe arrovellarsi nel dilemma per sempre.

Naturalmente un prologo e un epilogo ambientati presso gli Inferi, ove questo ormai insopportabile libro fu concepito, non possono che confondere ulteriormente le idee allo sventurato lettore e a tutti noi. Nascondiamoli tra le chiacchiere demoniache per dare allo sporadico lettore in questione il colpo di grazia.

Noi demoni saremmo dunque a un tempo personaggi del libro e suoi autori, ammesso di non essere solo proiezioni della mente di Goldwasser, ammesso pure che dietro non ci sia qualche altro inganno che ancora non è stato rivelato e forse non lo sarà mai.

Un’ultima questione che mi permetterete, spero, di introdurre senza aver risolto le precedenti alle quali è ovviamente correlata: quali confini possiede l’Hypertartaros inteso come luogo piuttosto che quale testo? L’etimologia (oltre i limiti del Tartaro) dovrebbe guidarci a concepire un Inferno talmente esteso in virtù di particolari accadimenti da superare i confini tradizionalmente attribuitigli dalle religioni animiste,  politeistiche, monoteistiche e via di questo passo. Non si parlerebbe più, a questo punto, di una realtà separata dal mondo dei vivi in cui i morti vengono condotti a subire un supplizio di una certa durata o semplicemente a soggiornare dopo la loro dipartita, luoghi visitati sporadicamente da qualche eroe o poeta alla ricerca rispettivamente di emozioni forti e di qualche storia interessante da raccontare. L’evoluzione della vicenda nei termini descritti disegna un Inferno destinato a dilagare attraverso terre e mondi abitati dai viventi. Che accada per un processo fisiologico di compensazione quando il sovraffollamento degli Inferi divenga intollerabile o, in accezione metaforica, quando la malvagità degli umani sia tale da annullare logicamente la separazione tra i due ambiti, o ancora intendendo l’Inferno come condizione mentale, ove i demoni siano personaggi di un personale teatro interiore dei vivi (vecchi negromanti, vecchi e giovani scrittori, cittadini qualsiasi), oppure, e infine, per artificiale induzione di un rituale di rara complessità, è il quesito che si pone.

Questioni su cui riflettere? Questioni che non vale la pena affrontare in quanto intrinsecamente irrisolvibili? Grattacapi da evitare accuratamente? Di certo tutto il mio ragionare e questionare e ipotizzare ha raggiunto l’unico obiettivo di cui mi preme e che sin dall’inizio ho perseguito: intaccare col soffio del mio alito il segno circolare che delimita lo spazio oltre il quale mi è proibito andare, ma poco ancora attenderò. Quando un nuovo racconto o il nuovo inganno detto da chi mi succederà avrà consumato del necessario tale confine, noi demoni andremo oltre e faremo ciò che meglio sappiamo fare, traendone piacere che non può essere detto.

Continua…

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