Romanzo d’appendice nello spazio tetradimensionale [4]: “Il crimine parve sublime compiuto da lei”

Il resto si trova qui.

Ritornò puntandomi prima una scollatura, poi uno spacco, quindi una trasparenza, infine un taccododici alla tempia. Avrei detto di sì a qualunque cosa. Dissi di sì a qualunque cosa. Sottolineo a margine della mia sottomissione, non senza l’afflato a giustificarne, che collo, caviglie e polsi esibiti nella circostanza si rivelarono “affilati” piuttosto che “sottili”, ma a dire “acuminati” l’oggettività ne guadagnerebbe. Continuai a dire di sì per altri settantacinque minuti dopo la sua fuoriuscita dall’ufficio la quale causò un’oscillazione di neutrini nello spazio-tempo curvo (altra spiegazione alla sua capacità di far cadere posaceneri, vasellame e soprammobili dagli scaffali posti a due metri di distanza mediante il movimento del bacino, gli scienziati non hanno trovato).

L’annuire, l’assentire e il concordare in cui mi prodigai durante la sua apparizione mi impedirono di concentrarmi sul significato delle parole che pronunciò. Quando fui in grado di riavvolgere e riascoltare mentalmente il nastro, seppi quale incarico avevo appena accettato. Si trattava di edilizia. La più prosaica delle attività umane che l’Universo abbia mai ospitato. Guardai il nulla fuori dalla finestra. Non vidi nulla o vidi il Nulla che tanto è lo stesso.  Scagliai verso ciò che non vedevo il risultato della manipolazione reiterata tra i polpastrelli con moto rotatorio di una secrezione mucosa appena prelevata dalla cavità nasale sinistra. La caccola viaggiò veloce sino alla finestra elettromagnetica dell’ufficio, poi prese a viaggiare lenta, nello spazio, sino al confine che separa Universo e Nulla, quindi scomparve letteralmente nel Nulla. Ciò che aveva appena accolto una parte inessenziale di me stesso avrebbe presto accolto un distretto residenziale e commerciale completo di giardini, uffici amministrativi e piazza con fontanella in grado di occultare il generatore di campo qualcosizzatore sottostante. La quiete del mio eremitaggio presso l’ufficio ai confini dell’Universo sembrava compromessa.

Ignoravo che gli esperimenti sulla qualcosizzazione fossero giunti a un tale livello di affidabilità da rendere possibile una stabile conversione del Nulla in “qualcosa”. Del resto il mio eremitaggio ai confini dell’Universo non poteva non comportare una certa difficoltà nell’approvvigionamento di informazioni sulle più recenti novità tecnologiche. Persino su quelle che, applicate nei paraggi, avrebbero potuto compromettere il mio isolamento. Anche in possesso di tali aggiornamenti avrei comunque dubitato che a qualcuno venisse in mente di costruire e abitare in una porzione di nulla qualcosizzato. Ma non bisogna trascurare l’abilità degli addetti marketing nel rendere esoticamente ambito ad alcuni privilegiati estimatori del genere ciò che ai più sembra semplicemente irrazionale, indesiderabile, insensato, specie se confrontato con alternative assai più economiche, ergonomiche, accoglienti e semplici da realizzare.

Nel frattempo la mia dionaea seppe attirare una mosca piuttosto sotto tono che, dopo avere indugiato alcuni minuti descrivendo traiettorie a forma di lettera aleph qui intorno, si posò, mettendo da parte ogni prudenza e circospezione, sul lobo-trappola più attraente secondo parametri che non sta a noi indagare. L’attivazione del tigmotropismo della pianta provvide a intrappolare l’insetto che osservai in seguito giacere immobile nella bocca richiusa e rinunciare progressivamente a dibattersi per liberarsi dal letale abbraccio. Assistetti alla digestione delle parti molli e preventivai l’istante in cui quell’esoscheletro privato del proprio contenuto sarebbe stato consegnato al museo delle vittime della mia compagna di attese e dialoghi interminabili ai confini dell’Universo. Mi chiesi se le vestigia di una città innalzata al centro del Nulla avrebbero potuto essere ragionevolmente abitate da qualcuno che desiderasse farlo o se non fossero piuttosto destinate a ospitare una colonia penale, nel momento in cui alcun acquirente si fosse manifestato ad acquistare un immobile frutto di tale bizzarra speculazione. Mi chiesi se un giorno non sarebbe rimasta che una vuota necropoli priva di segni di culto, tracce di vita comunitaria e corpi tumulati di adepti. Simile ad armatura di insetto. Nessuno a vederla. Efficace in eterno l’impianto destinato a perpetrarne l’inutile esistenza.

Di filosofia l’immobiliarista non si perita. Piuttosto di trovare il proprietario di un terreno e di convincerlo a vendere a buon prezzo. Meno è meglio. Talvolta la questione richiede metodi che a definirli leciti e ortodossi si trascurerebbe un tantino di dire il vero. Qui entravo in gioco io.

Continua…

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