Romanzo d’appendice nello spazio tetradimensionale [3]: “Inni alla Dea del formicaio”

Iniziò qui. Proseguì qui.

Uscì per primo Isaia che rivolse benevoli commenti al gusto di Colei-Che-Balbetta-In-Greco nella scelta degli abiti e all’inclinazione del suo capo di un’angolo appropriato, né contenuto né eccessivo. Fu allora che un gaio e balisticamente ineccepibile rimbalzo della palla lo uccise.

Uscì per secondo Geremia il quale si congratulò per la simmetria del taglio della frangetta di certo ottenuta coinvolgendo coiffeur privilegiati dalla borghesia emergente presso quartieri residenziali signorili svariate migliaia di crediti al metro quadro. Fu allora che un effettato ed orbitante tragitto di balocco infantile in polipropilene lo travolse precludendone seduta stante la loquacità.

Si presentò sulla soglia del formicaio Ezechiele non senza comprensibile esitazione dovuta prevalentemente alla presenza degli esoscheletri di Isaia e Geremia privati di volume e simmetria da una compressione traumatica. Ezechiele ritenne appropriato sottolineare la composta e misurata armonia del sorriso di Colei-Che-Balbetta-In-Greco. Esso si manifestò allora come evocato e ad Ezechiele parve plausibile ciò esprimesse approvazione. Egli non vide, tuttavia, quel sorriso mutare in foggia e incrementare ampiezza quando il globo decorato da ghirlande di margherite stilizzate rimbalzò in alto dopo averlo privato della facoltà di commentare oltre.

La metamorfosi di Ezechiele in terza vittima del capriccio della Dea indusse gli altri ad adottare un comportamento più cauto. Daniele, Samuele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia ritennero allora opportuno concertare.

Spettò all’anziano Malachia ripercorrere il cammino della comunità dall’Era-Della-Soddisfazione-Dei-Bisogni-Fondamentali-Secondo-La-Piramide-Di-Maslow sino all’Era-Della-Soddisfazione-Dei-Bisogni-Superiori-Secondo-La-Piramide-Di-Maslow tanto per fare il punto con calma e trovare una via d’uscita efficace. Ovviamente venne tributata particolare e commossa attenzione alla descrizione dell’evento alla base del passaggio tra le due Ere: il Dio (padre della Dea) Barcollante che inciampa in un dispositivo per l’irrigazione automatica collocato nei pressi del formicaio, il Calice-Della-Suprema-Rivelazione che rilasciato dalla mano del Dio precipita verso il suolo roteando un numero sacro di volte, la Bevanda* sacra contenuta nel sacro Calice che si riversa a terra e si incanala nell’alveo del formicaio, le formiche che disperano di sopravvivere all’inondazione intente a bere disperatamente l’apparentemente mortale fluido apparentemente destinato ad annientarne la civiltà per ridurne mole e conseguente impeto distruttore, la Suprema-Rivelazione destinata ai sopravvissuti ormai capaci di funzioni cognitive superiori e consapevoli del balzo evolutivo appena intrapreso grazie al potere della Bevanda di accelerare l’altrimenti pacato e riflessivo accesso alle funzioni superiori degli esseri meramente senzienti.

La narrazione di Malachia arrivò infine a descrivere i presupposti dell’attuale impasse dovuta al manifestarsi dell’imperscrutabile Dea impugnante il letale maglio sferico gommoso presso l’ingresso del formicaio. Fu il momento di proporre soluzioni. Se occorreva uscire dal formicaio per procurare il cibo (pur in piena Era-Della-Soddisfazione-Dei-Bisogni-Superiori-Secondo-La-Piramide-Di-Maslow i bisogni fondamentali dovevano essere tenuti nella debita considerazione) occorreva altresì risolvere l’Enigma-Della-Dea che come ogni altra collega avrebbe apprezzato l’adulazione (di conseguenza consentito il passaggio) solo se proposta nei termini consoni. Ogni proposta parve insoddisfacente. Si diffuse un senso di frustrazione. La disperazione attese un poco. Poi, come spesso accade, subentrò.

Quando il giovane Naum iniziò silenziosamente a percorrere il camino del formicaio gli anziani erano intenti a macerarsi nell’impotenza. Pertanto distratti. Naum non fu trattenuto da alcuno. Pertanto uscì.

Egli non aveva intenzione di adulare la Dea. Sapeva quale sorte gli sarebbe spettata. Di certo la medesima dei suoi predecessori. Egli non aveva neppure intenzione di parlare a quella (pur divina) belva onnipotente e spietata che sapeva (per sentito dire) oscurare il cielo e incombere con la sua palla in mano in attesa di un nuovo imenottero da umiliare, sopraffare e annientare. Egli intendeva dirigersi verso di lei, aprire le mandibole e mordere un sacro alluce con tutta la propria forza. Sapeva che non sarebbe servito a nulla ma sapeva altresì che ciò avrebbe riscattato la Comunità dall’umiliante ruolo sino a quel punto tollerato e assecondato: una sottomissione eterna e totale. Sapeva che sarebbe morto ma senza chiedere, senza adulare, senza blaterare. Solo mordendo arrogante gli Dei.

Dalle riminiscenze degli studi di botanica riconobbe la pianta effigiata sulla t-shirt di Colei-Che-Balbetta-In-Greco: una Darlingtonia californica. Poi guardò più in alto, verso il volto della Dea, convinto di scorgere l’emblema somatico di tutto ciò che è malvagio, immondo e ripugnante, l’essenza stessa dell’abominio, il ghigno dell’abisso. Guardò. Vide. Si arrestò.

Disse allora alla Dea quanto non sapeva avrebbe detto. Quanto non sapeva di potere dire poiché non sapeva che un cuore ne potesse contenere ed elargire. Tantomeno il proprio. Tantomeno a Colei-Che-Balbetta-In-Greco. Disse:

“Vedo le mura circolari di una città innalzate a difenderla ma non sono prive di varchi. Ve n’è uno che chiamo Porta Orientale e lascia fluire convogli che sostengono merci leggere inclini a essere donate ai commensali presso banchetti, ai devoti presso celebrazioni e agli ospiti presso sposalizi mai troppo chiassosi. Sorride chi guida la carovana poiché sa di tornare quando la figlia che attende avrà scavato di respiri e gridi il petto di una nutrice. Di nessuno dei colori di quelle stoffe saprò dire il nome nella lingua che quella città custodisce. Appare luce da quella porta come se il cielo e il sole fossero all’interno della città più chiari e abbaglianti di quanto non appaiano arrampicati sopra il mondo che la sostiene. Accade quando tutti i suoi abitanti si amano e accade senza sosta. Vorrei fosse serrata quella porta per smettere di desiderarvi l’ingresso ma non si provvede e lo sguardo non viene interrotto, come il desiderio. Né la bellezza del suo oggetto sigillata. Allora senza muovere un passo vedo la Porta Occidentale che si diletta in simmetria e dalla parte opposta chiama all’appello di sera quanti arrivano stanchi dalla pianura percorsa. Sanno di trovare la mano di qualcuno a coprire i piedi per dare il sollievo, gli occhi per concedere il riposo, il ventre per offrire la custodia, l’inguine per elargire l’ebbrezza. Arrivano di sera e la mattina che segue sarebbe vano attendere di scorgerne il congedo. Resteranno per una stagione felice che racconteranno ai figli abbandonati per una stagione e alle mogli dimenticate per quella medesima stagione affinché sia perdonato tale misfatto. Al racconto seguirà il perdono. E’ solo bellezza che scorgo guardando attraverso quei portali concessi all’esterno e ringrazio la pietà degli architetti se sono pochi i dettagli di perfezione che posso avere. Di più e cederei all’euforia, forse alla sorella follia, se avessi tutto ciò che quelle mura contengono innanzi. Non si dice perfezione ma forma che eccede, scarta e sorprende lo sguardo come accade solo qui. Allora mi trattengo dal varcare ritendendomi impuro ma la sommità di ogni torre e vertice di palazzo che superi lo spigolo delle mura chiama in alto lo sguardo e lo sguardo segue. Allora le armonie sconosciute alle ulteriori città di ogni terra e di ogni mondo si palesano inevitabili. Dalle terrazze guardano i giovani verso lontano e sognano di amare un confine ma intanto dominano la distesa di nulla e sanno vivere fratelli e sorelle accanto. Nessun viso mostra ira. Nessun viso palesa morbo. Alcun volto conosce male. Come rimanere di fuori se vive e accade tanto oltre la fortificazione superflua di quella città? Come si evita di amare le case e gli uomini che ogni arte contengono quelle e praticano questi? Non si ha soluzione che non sia appartenervi. Una volta veduto ciò vi si appartiene ed entra per diventarne parte e tutto. Quella città sei tu. Quelle mura sono io. Mia amata”.

La Dea non seppe scagliare alcunché. Disse con voce incerta qualcosa che sembrò greco.

* Bas Armagnac Dartigalongue Millesime 1995

Continua…

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