Romanzo d’appendice nello spazio tetradimensionale [1]: “L’ufficio ai confini dell’Universo”

Affittai un ufficio ai confini dell’Universo, affinché solo pallidi echi del risuonare di eventi umani giungessero a me, attenuati. A discapito del business, a beneficio del relax. L’efficacia della scelta parve a lungo molta e corposa. Piedi sulla scrivania per lo più e carte dappertutto, fattura alcuna, a fare disordine e coltre tiepida sulla mia ignavia. Scevro da documentazioni scartoffiaque sovrapposte un solo pertugio ove collocai il vaso tronco-conico della dionaea muscipula cui mi rivolgevo ripetutamente spesso per ottenere dialogo, diletto e conversazione. Ella ottima ascoltatrice. Meno ottima oratrice. Rare le precisazioni talvolta necessarie.

Ai confini dell’Universo capita di rado cliente. Quando capita chiede “cosa c’è dopo”. Rispondendo “Nulla” si sofferma e aspetta come se ci fosse qualcosa da aggiungere da parte mia. Io non aggiungendo nulla in proposito se tonto dice “ma proprio Nulla” se furbo se ne sta e accontenta e retrocede cauto per non inciampare nello scalino che separa l’Universo dal Nulla. Poi si segnala chi si propone per marketing diretto di persona e telefonico. Il diniego relativo rapido e perentorio chiude la questione con l’inopportuno addetto.

Discorrendo con dionaea la compagnia mi bastava e soddisfaceva proprio del tutto, salvo guardare ogni sera dalla finestra sul Nulla e tirare le unghie dei piedi appena tagliate una alla volta verso il Nulla poetico sperando diventasse un po’ meno poetico e un po’ di più prosaico causa il fluttuare nel Nulla di dieci unghie dei miei piedi belle lunghe lasciate crescere a lungo affinché contrastassero il Nulla con qualche possibilità di successo in più. Si riterrà il tutto irrispettoso del Nulla che tuttavia non ci faceva caso.

Poi entrò dalla porta del mio ufficio ai confini dell’Universo denominandosi Perspicua Mirabello e disse qualcosa a proposito di un affare che voleva combinare da quelle parti che poteva essere remunerativo per entrambi e occorreva darsi da fare. Senonché, molto prima che iniziasse a parlare, molto prima che si organizzasse con palatali e sibilanti per dire quello che doveva dire, molto prima che deglutisse per eliminare dalla bocca la saliva che le avrebbe impedito di proporre affari verbalmente senza sputacchiare e sbavare (cosa che fatta da lei sarebbe stata comunque sublimamente idrocoreografica e idroscenografica), tutta l’atarassia cosmica che mi ero ricavato a fatica ma con meritato successo, visti gli sforzi, svanì. Si dissolse. Andò in vacca.

Ciò che vidi, prima di udirle pronunciare il proprio nome, prima dell’ingresso completo e realizzato della di lei figura all’interno dell’ufficio ai confini dell’Universo, prima che la placida e quieta e oleosa atarassia della mia nuova esistenza fosse irrimediabilmente compromessa, fu una creatura interamente forgiata nel nettare* più sublime, cristallino e dolce che l’intero cosmo, colle sue schiere di dei, regni remoti, fucine di artefici, costellazioni di prodigi, avesse mai conosciuto. Tale la purezza della materia e tale la misura e proporzione di quella sostanza da inficiare qualunque tentativo di emulazione del bello mai compiuto da opera d’arte o meraviglia naturale.

Parlò infine e chiese di cosa mi occupassi, cosa vendessi, quale servizio offrissi laggiù, ai confini dell’Universo, solo con una dionaea affamata di mosche peraltro introvabili ai confini dell’Universo.  Propose di entrare in affari privi di significato, cornucopie cosmiche di gioia. Mentre parlava mi domandai, e fu la sola domanda che posi a me stesso, come fosse possibile la coesione tra minuscole porzioni infinitesimali di nettare* capaci di comporre la figura di una signora priva di imperfezione alcuna al di là dell’essere capitata ai confini dell’Universo  presso un ufficio senza nulla da offrire in forma di prodotto, servizio o informazione utile.

Il convegno degli esperti di coesione tra molecole di nettare* che convocai a stretto giro decretò il fenomeno Mirabelliano interpretabile in base a tre teorie altrettanto plausibili: o il fluido nettarino sta compatto durante la transizione da caos a caos nel barlume effimero di ordine che casualmente si crea nella circostanza per dissolversi poco dopo oppure rimane coeso grazie a un campo elettromagnetico generato da galassie particolarmente creative e di buon gusto oppure ai confini dell’Universo, così vicino al Nulla, qualcuno ha ritenuto debba manifestarsi il sublime affinché il Nulla si senta meno tale.

Le offrii ciò che avevo, le offrii ciò che sono. Le offrii allora la mia venerazione. Fu quando si allontanò. Fu quando il nettare* sorrise. Fu quando una mosca volò incerta. E accadde ai confini dell’Universo.

* Gewurztraminer Réserve 2010, Cave Vinicole de Hunawihr, Alsace

Continua…

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