Lezioso conversare di eleganti signore senza palpebre

Grazie a “Svaghi cui le Erinni prediligono dedicarsi nel week end” e “Destino riservato a quanti s’invaghissero di un’Erinni” abbiamo conoscuto tre deliziose sorelline prive di palpebre. Il loro passatempo è vendicare i crimini commessi nei confronti dei consanguinei. Piace a loro farlo, piace a noi guardare mentre lo fanno.

Chi solesse frequentare circoli elitari verso quest’ora da queste parti avrebbe la ventura d’incrociarci avviluppate in appropriate mises. Si sosta e intrattiene qui non altrove poiché c’è da lavorare ma a suo tempo. Intanto si beve bene procrastinando, si pilucca appetizers centellinando e si conversa volentieri straparlando. Anche il lavoro (ignaro d’esserlo) beve e conversa al tavolino poco distante in linea d’aria. Non disponendo d’avvenire alcuno ride ora che può. Ci vuole niente a scagliargli un’ascia bipenne sullo zigomo ma la circostanza piacevole invoglia a tergiversare.

Megera produce suoni ancestrali insufflando anidride carbonica tramite cannuccia nel Daiquiri, Tisifone tenta di sciogliere il ghiaccio del Mojito fissandolo truce, io tengo monitorata la situazione senza perdere di vista la mosca interessata al mio Black Russian. Delle toilette che si sfoggia, rigorosamente confezionate tessendo capelli di parricida, sarebbe vano negare il riscontro. Tale da rendere trascurabile l’assenza di palpebra che caratterizza l’Erinni e le poche imperfezioni ulteriori. Tipo artigli letali ma ben curati e smaltati nuances di tendenza. Tipo ali di nibbio accartocciate ben bene che non si vedano. Enumerazione completa.

Dentro un tailleur pantalone classico classico Aletto ipotizza “Lo squarto!” sbattendo il Manhattan sul tavolino. Megera perora “Impalarlo si deve!” sistemandosi la longuette e riacchiappando lo Screwdriver determinata a dimezzarlo con una golata. Tocca a me dirimere sostenuta dall’autorevolezza del pigiama palazzo  che mi asseconda e dal London Collins che mi corrobora: “Relax potnie belle: il pistacchio di Tessalonica!”. Tutte d’accordo.

La curiosità è legittima. Pazienza che vi si spiega. Gli impazienti li smembriamo. Ce ne sono mica? Meglio così. Fatto sta che Oreste la fa franca perché il processo va come va ed Eschilo dilapida i diritti d’autore in abbonamenti a stabilimenti balneari à la page. Ma a Clitemnestra la cosa non va giù, non sente ragioni e comincia a starci addosso. Staccarle la mandibola sarebbe vano poiché è morta e i morti parlano anche senza mandibola. Proviamo comunque. Niente. Allora spegniamo i dispositivi di comunicazione che la tecnologia escogita nelle successive tre migliaia di anni in modo da non essere rintracciabili. Iniziamo spegnendo un aruspice. Terminiamo riaccendendo il cellulare dopo tremila anni e suona subito. È lei. La tenace Clitemnestra. Dice che dobbiamo fare quello che dobbiamo fare. Dice che il processo era una mossa dell’ufficio marketing dell’Olimpo. Dice che farci chiamare Eumenidi è solo maquillage ipocrita. Dice che se non fottiamo il matricida lei ci romperà le palle per l’eternità. Pur di farla tacere si viene qui e si tiene d’occhio l’Oreste che beve con gli amici ma ancora per poco.

In azione. Ci si prende per mano tutte e tre e si intona una litania a cappella di cui nessuno intorno capisce nulla benché si faccia un silenzio istupidito e perplesso per i tavolini gremiti di patiti dell’happy hour. La lingua del rituale non la sa nemmeno Kronos perché la si usava prima ancora, ai tempi di Kaos, per chiedersi “Dove cavolo lo troviamo un colpevole di crimine su consanguinei qui in giro visto che ci siamo solo noi?”. Più o meno il senso è “Non è felice colui che ha per nemico un altro uomo. Ma un uomo può essere debole, sensibile alla lusinga, vulnerabile in coloro che ama. Non è allegro colui che ha per nemico una fiera. Ma una fiera può temere il fuoco, rinunciare a salire l’albero, forse è già sazia. Non è sereno colui che ha per nemico il tempo. Ma col tempo si può giuocare, è lecito il sotterfugio, frequente la digressione. Non è gaio colui che ha per nemico se stesso. Ma è possibile mutare se stesso, consigliabile l’indulgenza, sensato l’accordo. Non è invece triste, timoroso, affranto o cupo colui che ha per nemico le Erinni. Ma questa privilegiata condizione è destinata a durare poco”.

Quando il rituale è concluso il silenzio che avvolge il luogo e quanti lo occupano perdura pochi istanti. Viene interrotto da un colpo di tosse maligno, poi da un altro, quindi da una successione caotica di colpi di tosse la cui frequenza va incrementandosi progressivamente sino a trasformarsi in un rantolo continuo e strozzato, poi in un sibilo, infine in un tonfo sordo accompagnato dallo sferragliare breve ma solenne di un oggetto metallico all’apice della vicenda.

Nessuno ha avuto la lucidità e la prontezza per effettuare la manovra di Heimlich e il pistacchio di Tessalonica è rimasto incuneato nella trachea di Oreste sino alla conclusione della sua esistenza. Mentre gli avventori si spendono nell’offrire un soccorso tardivo o digitano numeri di pronti interventi su tremolanti tastiere di cellulari con dita incerte nessuno nota la nostra elegante toilette mentre ci si alza dal tavolino. E la cosa non può non rincrescere.

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