Il sesto dito [2]

Lo hanno detto e lo dicono meglio altri con altre attrezzature delle mie, argomentando e dettagliando e insistendo e pubblicando pervicacemente qua e là. Ma si impone lo dica pure io oggi che si festeggia a casa calda tranquilli con l’albero di natale da disfare (sono pigro) e quintale uno d’involucri un tempo colmi di birra trappista (sono avido) da portare al cassonetto apposito nel cortile faticoso a raggiungersi (che sono pigro s’è detto). Il sesto dito oggi si infila nella narice di ciascun esponente di un popolo unito cencinquanta annuzzi fa a cui dell’unione gliene frega prevalentemente punto. Compreso tu (non tu come lettore ma tu come artificio retorico). Difatti l’esponente-tipo di ‘sto popolo che la statistica delinea (ma se sali in cima alla curva di Gauss e ti guardi in giro te ne accorgi da solo), ti vota separatista, ti taglia la strada, ti evade la tassa, ti nega fattura, ti incastra nella calandra del SUV cogliendoti spensierato a ciondolare sulla striscia pedonale color bianco-resa, ti inquina e strafrega, ti gabba al concorso-finzione disponendo di parentele plenipotenziarie, ti fuoriesce dalla sala delle cerimonie udito l’inno patriottico o presagitolo addirittura, ti parcheggia momentaneamente su marciapiedepedonale accanto riservatohandicap presso scivolodisabili, ti fa la legge che serve a lui ma non a te né a nessuno che sia qui in giro, ti si barrica dietro privilegiucoli meschini che non se ne può più, ti fa il contratto di una settimana o un mese che gli servi ora poi magari gli serve un’altro per analoga mansione tanto siamo flessibili ma non abbastanza per confindustria bella, ti si cura dal primario dopo 20 secondi dalla manifestazione del disagio alla faccia del CUP che a te prenota sessantadue mesi dopo dal veterinario di Lassie, ti tiene fuori chiamandoti clandestino poi ti porta dentro di nascosto e ti mette a raccogliere le rape a un costo contenuto, ti fa venire il tumore poi ti cura il tumore poi ti fa venire il tumore poi ti cura il tumore poi ti fa venire il tumore lucrando su entrambe le fasi, ti gira tutti i consigli di amministrazione che ci sono così decide lui l’esatto momento in cui il comedone sul naso si trasforma in foruncolo conclamato, non ti si presenta al processo legittimamente impedito dall’aver programmato un’eiaculazione che quando lo senti dietro di te che spinge e respira veloce intuisci entro chi aveva inteso eiaculare. Ogni volta che può ti fa fesso che lo sei. Se facesse fesso solo te o tu facessi fesso (azione-reazione) solo lui e la faccenda fosse circoscritta o poco più nessun problema. Ma se ci facessimo vicendevolmente fessi in sessantamilioni la bella unione mi si compromette inaspettatamente dopo cencinquant’anni di idillio. Se di coscienza civile non se ne parla che non ce n’è, di che si tratta? Di consuetudine geografica? Del solito programmino massonico-borghese? Di tradizione enogastronomica? Tecnicamente la cosa si aggira fottendosene. Ma il sesto dito grazie al fatto di esserti entrato nella narice (non a te come lettore ma all’artificio retorico di prima) può facilmente tirarti verso lo specchio dove di solito ti vedi brutto come sei. Ma stavolta vedi dell’altro nello specchio ma non capisci che roba sia. Nello specchio vedi le facce di tutti quelli che ci hanno lasciato la pelle risorgendo prima e resistendo poi. Capisci che valeva la pena di farsi slabbrare la narice da un dito arrogante per vedere che grazie a quelli lì sei chi sei. Che unificare quello che si è unificato non serviva tanto ad andare a prendere un’impepata di cozze a Roseto Capo Spulico o gli strangozzi col tartufo a Marina di Bibbona senza perdere tempo alla dogana ma serviva a fare te così come sei. Con la tua lingua e dietro quella lingua quella che si chiama una cultura. Il fatto che dire cultura faccia pensare alla muffa, alla polvere e a numero due palle autoannoiantisi non è scevro da implicazioni rispetto all’inadempienza di un figuro la cui targa sulla porta dell’ufficio reca “Bondi” doratura de luxe. Ma pure il destinatario dei suoi ripugnanti sonetti ne ha scritti di manuali su come rendere l’homo meno sapiens possibile. Eppure c’eravamo quasi. Ci stavamo dando da fare a costruire una cultura dentro cui avvolgerci come nell’abbraccio della mamma da bimbi nudi, quando si sta bene e caldi e si è al sicuro. Si parlava e ci si divertiva e si imparava e si cresceva e diventava uomini e donne e si diventava se stessi e si diventava uniti. Se fossimo andati avanti per quella strada, invece di dare soldi alla fabbrica di cancro e incidenti sulla tangenziale che tra poco andrà a sfruttare cristi polacchi, avremmo dato soldi alla cultura e alla natura che come da noi non ce n’è da nessuna parte. Natura e cultura che sono, danno e moltiplicano ricchezza. Che se sostituisci alla parola ricchezza la parola bellezza o una qualsiasi altra parola che ti faccia stare bene quando la dici o la senti funziona lo stesso. Se l’economista onnicondonante in grisaglie dice che con la cultura non si mangia dice cazzate. Con quella si mangia e dopo mangiato si ha un significato e un’identità. E si è uniti da quella. Senza si mangia e si rutta e basta.

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2 risposte a Il sesto dito [2]

  1. MondoMultiplo ha detto:

    Ricordo. Che bello era quando ero bambino. Tarda estate a Costigliole di Saluzzo. A pesca nello stagno. Gita in bicicletta fino ai Ciciu dei Villar. Su e giù per i boschi a perdifiato. Lì ho imparato a salire sugli alberi, in alto, fino in cima, dove avevo timore che i rami non reggessero più il mio peso. Ricordo. Odore di erba e di terra. Tornavamo a casa stremati con le ginocchia verdi. La grande casa colonica degli zii. Nell’aia odore di stalla e di fatica contadina. Di corsa a lavarsi per la cena. E dopo cena, su in biblioteca. Ricordo. Le pareti tappezzate di libri. Gli zii che leggevano in poltrone accanto a tavolini alla luce fioca degli abat jour. Odore di polvere di campagna, di legno vecchio e di libri.
    Ricordo. Natura e cultura. Ricordo che sono cresciuto così. Sudando nei prati e sudando sui libri. E dentro mi cresceva una consapevolezza, che tutti eravamo venuti al mondo al mondo per imparare a crescere, per diventare coraggiosi, per migliorarci, e che questo era il senso della vita, il destino degli uomini.
    Ricordo una frase, letta molti anni dopo: “Studia come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire domani”.
    Anche in questo tempo che ha smarrito ogni memoria, ricordo sempre, ricordo tutto.

    • Mio padre aveva gialli Mondadori e romanzi di spionaggio della serie “Segretissimo” ovunque in casa e in cantina. Respiravo continuamente odore di libri umidi (casa di campagna) e vecchi. Da ragazzo trovai in mezzo a quei libri alcuni numeri di “Urania”, serie di fantascienza popolarissima all’epoca, li lessi e avvenne la transizione da fumetto a libro. Un momento perfetto. Le letture imposte dalla scuola e da insegnanti senza passione e capacità di coinvolgimento per fortuna non riuscirono mai a togliermi il piacere di leggere. Anni dopo entrai (per corteggiare una ragazza) in un aula dell’università di Genova dove Elio Gioanola spiegava La cognizione del dolore di Gadda. Altro momento perfetto.

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