La musa radioattiva

Esiodo: Mostrati Musa!

Musa: Se Esiodo disturba il mio bagno nell’Ippocrene è di certo per chiedermi qualcosa…

Esiodo: Parole.

Musa: Hai riempito biblioteche intere con le parole che ti ho suggerito il giorno in cui ti smarristi sull’Elicona, mio devoto aedo, oggi ritorni e mi chiedi di nutrire ancora la tua voce?

Esiodo: Ora chiedo parole degne.

Musa: Tu “chiedi”? Tu che le mie sorelle ed io abbiamo innalzato sopra gli altri poeti sino a confonderne il ricordo e il cui nome è pronunciato persino tra i barbari della Scizia poiché noi lo abbiamo decretato ti rivolgi a me dicendo “chiedo”? Tanto poco rispetto mi tributi?

Esiodo: Io sono colui che vi ha celebrate, che ha nutrito il vostro culto, a cui si deve se il numero dei vostri templi soverchia quello delle erme lungo la via che conduce ad Argo. Io sono Esiodo e chiedo a te parole degne.

Musa: Ignorerò per un istante la tua arroganza solo poiché la tua richiesta mi sorprende e voglio comprenderne la ragione. Dici di volere parole degne. Quali parole lo sono? Forse le parole che dicono il vero?

Esiodo: Ho già detto il vero e pochi lo hanno udito, quei pochi sono nascosti dai parenti nelle grotte per la vergogna o sono morti senza che nessuno ricordi il motivo. Ci sono già abbastanza filosofi che si occupano del vero e mendicano presso l’aeropago, i poeti devono fare altro.

Musa: Allora quali sono le parole degne? Forse quelle che verranno ricordate tra mille anni?

Esiodo: Se non Esiodo, chi altri potrebbe aspirare a rimanere nella memoria degli uomini così a lungo? Io già ho ottenuto questo beneficio, non è questo che ti chiedo.

Musa: Allora quali parole chiami degne? Quelle che fanno dimenticare agli uomini le pene e che come le acque del Lete smarriscono i sofferenti in un oblio pacificatore?

Esiodo: Mi importa delle pene degli uomini come al padre tuo Zeus, seduto sull’Olimpo, importa del numero di giri che la cinghia di un calzare fa intorno alla caviglia.

Musa: Se non sono degne neppure le parole che portano sollievo ai mortali quali altre potrebbero esserlo? Magari intendi le parole che muovono il cuore degli uomini e sanno persuaderlo a compiere qualunque gesto. Le parole che sanno convincere ogni donna a concedersi e ogni uomo a piegarsi.

Esiodo: Neppure guidare la volontà di schiere di uomini mi preme. I condottieri e i demagoghi già lo fanno e non intendo entrare in quel novero tanto avversato.

Musa: Ho compreso certamente: desideri le parole più belle che siano mai state pronunciate o scritte, quelle che al solo udirle non ci sarebbe cosa, dio o creatura capace di resistere alla meraviglia, di evitare di flettere la propria figura verso la sorgente del suono. Le parole che posseggono la chiave di ogni armonia, di ogni bellezza e di ogni misura.

Esiodo: Ancora ti inganni Musa, non è alla bellezza che aspiro poiché non spetta alle parole gareggiare in armonia col cielo stellato, semmai al volto di una fanciulla o alla curva della sua caviglia.

Musa: Allora dimmi quali parole giudichi degne, che io comprenda la ragione che ti ha portato sull’Elicona a disturbare la nostra danza.

Esiodo: Voglio le parole del fare. Voglio le parole che plasmano il mondo.

Musa: Ma le tue parole hanno generato mondi interi nella mente di chi le ha ascoltate, paesaggi abitati da ogni genere di essere, accadimenti di ogni sorta di cui individui, stirpi e popoli sono stati protagonisti. Persino l’Olimpo deve in parte la sua esistenza alle tue parole, poiché esse nutrono la devozione e il rispetto degli dei assai più di templi e sacrifici, e senza la devozione degli uomini gli dei non sarebbero che segni consunti sul marmo dei templi.

Esiodo: Ciò che io voglio sono le parole usate dagli dei più antichi per plasmare il mondo. So che tra le muse tu Calliope custodisci la parola che ha creato il mondo e tua sorella Melpomene quella che lo distruggerà. Rispetto a quest’ultima non ho alcuna pretesa, ma voglio possedere la prima.

Musa: Neppure Zeus e Crono oserebbero pronunciare tale richiesta, poiché quanto chiedi appartiene a esseri ben più antichi degli olimpi, e lo fai tu, esiguo mortale, che un giorno abbiamo scelto di privilegiare? Le parole che chiedi sono perdute tra i diversi linguaggi dei popoli della terra, una sola sillaba, un solo suono, per ogni popolo, questo hanno sancito gli esseri vissuti prima degli dei per impedire che le parole del fare fossero ricostruite e impiegate da chi non ne è degno. Una sillaba agli Asi, una lettera agli Iperborei, un suono ai Mori, una vocale ai Traci, altre sillabe ancora a popoli che ancora una nave greca non ha raggiunto, altre ancora negli idiomi di popoli che il vascello più grande e veloce non raggiungerà mai lungo la vita dei suoi marinai…

Esiodo: Se non avrò ciò che chiedo canterò un’ultima volta degli dei ma dirò dei crimini che hanno compiuto, poiché ne sono a conoscenza, della vergogna che celano, poiché ne sono a conoscenza, del loro volto empio, poiché ne sono a conoscenza. Voi mi avete mostrato questo e io non farò che rivelarlo, ma l’ira dei numi sarà per voi nove.

Musa: Tu non puoi fare questo, così sfidi chi non può essere sfidato.

Esiodo: Allora io vi sfido.

Musa: Potremmo destinarti al supplizio più lungo e più profondo dei tre regni.

Esiodo: Il mio rantolo sarà un canto che gli dei ascolteranno volentieri.

Musa: Potremmo rendere muta la tua voce.

Esiodo: Ho già scritto e nascosto tutto ciò che importa, e presto verrà trovato e diffuso se non interverrò per impedirlo.

Musa: Ebbene se questa musa ti darà la parola del fare che conosce recederai dal tuo intento e non canterai che della benevolenza e della giustizia divina?

Esiodo: Sarà così.

Musa: È il tuo impegno?

Esiodo: Lo è.

Musa: Allora ascolta, questa è la parola… [sussurro]

Esiodo: Ora conosco la parola del fare. Ora sono più potente del più potente dio dell’Olimpo, posso creare un mondo nuovo o plasmare quello su cui cammino in qualunque foggia mi aggradi. Tutto ciò che accadrà d’ora innanzi sarà perché io lo decreto. Ti ringrazio Musa, ti ringrazio gentile Calliope. [muove qualche passo allontanandosi]

Musa: Esiodo?

Esiodo: Parla senza timore mia Musa? Forse temi per il tuo destino? Non sarò ingrato nei tuoi confronti…

Musa: Mi hai chiamato Calliope…

Esiodo: Quale inganno trami? Tu lo sei.

Musa: Io non ho mai pronunciato il mio nome. Potrebbe essere Calliope, come tu supponi, ma potrebbe essere Melpomene, gemella di Calliope, colei che custodisce la parola che distrugge. Vedi laggiù la mia adorata sorella e vedi quanto mi somiglia. Quale di noi è Calliope, quale Melpomene? Ti ho dato la  parola del fare che custodivo. Se fossi Calliope possederesti la parola del fare che plasma le cose del mondo, se fossi Melpomene avresti la parola del fare che a quelle stesse pone fine. Sei certo di volere usare quanto possiedi? Se tutto finisse Esiodo avrebbe fine col tutto. Se tutto finisse avrebbe fine ciò cui Esiodo tiene sopra tutto: il suo nome sulle statue.

Esiodo (fuori di sé): Mi hai ingannato, getterò sterco e vergogna sull’Olimpo.

Musa: Hai detto che avresti dedicato il tuo canto solo a lodare gli dei se ti avessi dato la parola che custodivo. Io ho tenuto fede al mio impegno. Se mancherai nessun dio trascurerà di punire la tua trasgressione poiché gli dei considerano la violazione degli accordi l’empietà più grave dopo quella di Prometeo.

Esiodo: Musa infida, mi hai dato un potere che non potrò mai impiegare non sapendo a quale destino conduce, che mai impiegherò poiché temo di annientare tutto ciò che esiste e tutto ciò che mi appartiene. Ti ho sfidato e ho perduto, ora scenderò da questo monte e tornerò a dire il bene degli dei e ad ammonire i mortali che quanto gli spetta dal fato si pone entro i confini della loro natura. Non prima, tuttavia, di averti donato a mia volta una parola che, pur non possedendo il potere di mutare la realtà, è in grado di attenuare la delusione che il tuo inganno mi procura: stronza!

Musa: Fottuto aedo…

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