Urologia postmoderna [2]

Al policlinico ove vengo scodellato e protocollato urologi di fama mondiale consultano in primo luogo un volume intitolato “L’apparato uro-genitale maschile: uso e manutenzione”. Traggono profitto dalla lettura. Il mazzo dei cateteri a disposizione comprende: catetere Foley a due vie in lattice, catetere Foley a due vie autolubrificante a permanenza preriempito, catetere Foley a due vie al silicone, catetere Foley a tre vie in silicone e catetere vescicale Nelaton. La scelta dopo breve discussione cade su un Foley standard a due vie, il più utilizzato di routine. Anch’io manifesto apprezzamento per la decisione. I luminari sgomitano contendendosi il privilegio di infilare nella mia uretra il catetere opportunamente (dio-li-benedica) lubrificato e vince una tipa che in condizioni normali avrei trovato sensazionale e che nonostante disponga di una manina leggera e affusolata di cui intravedo le unghie curate e laccate attraverso il guanto di lattice, all’atto dell’intrusione mi provoca dolore simil-crocifissione concentrato tutto quanto in un punto minuscolo ma (dio-lo-maledica) posizionato proprio nel nucleo più sacro, intimo, puro e delicato del mio essere uomo e mi si consenta in qualche misura (saggi di antropometria che ho di recente consultato senza secondi fini affermano trattarsi della media nazionale) maschio. La pressione sonora del grido che produco misurata in dBSPL (Decibel Sound Pressure Level) si aggira intorno a 340. Da annotare che l’eruzione del Krakatoa del 1883 arrivò a sfiorare a malapena i 300 dBSPL. Esterrefatta dalla mia reazione la dottoressa in condizioni normali sensazionale reagisce senza perdersi d’animo e invita un collega a leggere la pagina del manuale che descrive nei dettagli il protocollo che mi riguarda e non potrebbe riguardarmi più di così affinché i suo gesti successivi siano guidati dal testo di riferimento. “Uno: introdurre nell’uretra il gel lubrificante allo scopo di creare una velatura a protezione della mucosa, per evitare la disepitelizzazione traumatica e favorire lo scorrimento del catetere, introdurre la punta del catetere nel meato uretrale lentamente e con movimento rotatorio, distendendo il pene verso l’alto”. “Due: abbassare il pene quando si avverte una leggera resistenza e continuare ad introdurre il catetere fino al posizionamento in vescica”. “Tre: raccordare il catetere dalla sacca ed effettuare con siringa cono catetere, riempita con soluzione fisiologica, un lavaggio vescicale per verificare il posizionamento in vescica e quindi raccordare il catetere con la sacca di drenaggio”. “Quattro: raccordare la siringa preriempita con acqua depurata alla seconda via del catetere e gonfiare il palloncino di ancoraggio, ritirare il catetere fino a percepire resistenza in modo che il palloncino si ancori al collo della vescica”. “Cinque: spingere in avanti il prepuzio per evitare eventuali edemi del pene”. Provo a concentrarmi solo sulla mano normalmente sensazionale dell’epigona di Ippocrate che mi sta dilaniando e sulle frasi del protocollo in grado di trasportarmi in un’altra dimensione cognitivo-emozionale. Su tutte le seguenti: distendere il pene, abbassare il pene, spingere in avanti il prepuzio. Sottraggo la semantica lasciva di queste espressioni al contesto reale e la calo in una dimensione onirica. Concretamente giro un film nella mia mente dove la dottoressa bionda con le mani affusolate e le unghie laccate agisce liberamente su ciò che la mia anatomia possiede di più asimmetrico senza il vincolo di abiti borghesi e menchemeno di camici di sorta. Spero funzioni. Lo sforzo è titanico. Non funziona. Soffro indicibilmente. Sin qui, dunque, tutto bene. Il ricovero è un soggiorno in centro benessere. Il compagno di stanza ha lasciato prostata e vescica nel secchio delle frattaglie in una sala operatoria alcuni anni orsono, ciononostante un organo che non sa di avere sempre in quella zona sta prolassando allegramente e deve essere asportato prima che si emancipi del tutto. Aspettando l’anestesista sorride compulsivamente e rotea sacchetti colmi di urina come un fromboliere intento a proteggere i bastioni di Roccasparviera dagli assalti coordinati di Teutoni e Cimbri. Rispetto all’identità dell’imperatore del telecomando della TV non ci sono discussioni: è lui. Vediamo in successione i seguenti programmi: documentario sulla rieducazione del Golden Retriever traumatizzato durante l’infanzia, intervista a parlamentare promotore di una proposta di legge atta a sospendere tutti i procedimenti giudiziari a carico di capi di governo sottoposti a trattamenti tricologici intensivi, talk show sull’etimologia del vocabolo “cruscotto” cui partecipano uno tizio che fa gli origami coi piedi (nel senso che usa i piedi non nel senso che li fa male), l’elettrauto di Serge Gainsbourg,  una vecchia che ha profetizzato l’attentato a un papa basandosi sulle voci di un parente morto provvisoriamente installatosi (in forma incorporea) nella lavastoviglie di casa, infine quiz basato sulla conoscenza del maggior numero possibile di tecniche di tortura della santa inquisizione con premi in denaro per il vincitore e supplizi filologicamente coerenti per gli sconfitti. Nottetempo accade quanto non avrei mai creduto: dopo oltre un lustro dall’ultimo evento del genere un’erezione mi sorprende senza preavviso né motivo alcuno. Un propellente metafisico spinge il catetere fuori da me e me stesso fuori di me per la consapevolezza di dover chiamare un’infermiera assonnata costretta a superare il torpore per ripristinare dolorosamente lo status quo ante. Tutto accade come se Zeus avesse deciso di scagliare cateteri anziché fulmini verso gli eroi la cui hybris abbia trasgredito l’ordine cosmico da lui decretato, me compreso, con Sisifo, Tantalo e Prometeo che se la ridono alla grande constatando di averla scampata bella ai loro tempi. Nessuno nel reparto urologia-degenza è destinato a dormire granché questa notte a causa di nuova attività eruttiva del Krakatoa. [continua…]

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